Anno III - n.14 - 6 aprile 2002

UN RONZIO CHE MINA IL COSMO
Prosegue a Bologna, a Teatri di Vita, l’omaggio a Sarah Kane. In scena fino a domenica 7 aprile Teatro Aperto con Sinfonia per corpi soli: le parole della poetessa e drammaturga morta suicida riecheggiano in una partitura scritta da Federica Fracassi e composta in una scena materica e sonora da Renzo Martinelli

di MASSIMO MARINO

Bologna - Come un ragno, invade la scena. Un reticolo, nella penombra di luce al neon diffusa, riflessa dai bordi verso il centro, dal basso verso l’alto. Fili, cavi, pulsanti, fruscianti. Fra quattro alti pilastri a quinte, come una corrente viva fra grattacieli simili a menhir di una qualche contemporanea odissea nello spazio interiore. Un ragno, un rizoma meglio, forse, legami e punti di snodo che si gonfiano con quel fluire elettrico, fanno lampeggiare piccole lampadine, fanno emergere alla vista movimenti di oggetti che nell’incerta luce sembrano palloncini, scarpe, coppe, tazze, pupazzi, cose quotidiane. Tutto chiude un alto banco di regia con due operatori che lasciano fluire questi piccoli suoni che sfrigolano per cavi e assumono corpo sottile di schiocchi, scalpiti, sibili, scariche, o più denso di temporale, pioggia, terremoto, in quegli snodi, in quegli oggetti che contengono nascosti piccoli, imperfetti amplificatori. Tutto è suono diffuso: anche la voce di immagini corporee di Sarah Kane, uguali nel vestire, stessa pettinatura, tre donne, su lettini metallici troppo stretti per contenere una grande, prevedibile angoscia. La voce dalla gola esce solo come raschio, eco, ma si diffonde da altre fonti sonore, si duplica, si zittisce in monologhi con suoni ingolati, o finalmente fluisce.
Con Sinfonia per corpi soli Teatro Aperto rende omaggio a Sarah Kane usando le parole della scrittrice inglese come materiale per un viaggio in un’angoscia esistenziale che ha, sì, come fine annunciata il suicidio, a quelle 4 e 48 del mattino, ma che postula una vera e propria crisi cosmica. Un lento sprofondare per sottrarsi a un rumore troppo assordante anche se smorzato, a un vuoto che penetra così a fondo, con rami, tentacoli, spire, da rendere più desiderabile il silenzio. "Caosmologia" si intitola, infatti, il progetto, che vedrà un secondo momento di riflessione con Canti del Caos di Antonio Moresco. Renzo Martinelli, ideatore e regista, crea un affascinante dispositivo scenico, permeato dalla presenza secca di Giada Balestrini, di Monica Parmagnani e soprattutto di Federica Fracassi, che ha riscritto le parole di Sarah Kane lavorando sull’alone, sull’eco, visitando il mondo della poetessa come un paesaggio da esplorare per renderlo acquisizione personale, interiore.
Oltre quei lettini, e gli atti quotidiani che vi si svolgono, disperati, aggrappati, coatti, sta il centro scena, sotto il banco di regia, dove una luce fredda e squadrata rivela le confessioni, estorte al silenzio o sbattute in faccia a marionette di uomini dai gran falli o dalle impenetrabili armature, un ripetere la disperazione, la coscienza dei giorni che si inseguono uguali e senza speranza, la solitudine.
E’ l’implosione di un cosmo individuale, silenziosa, per disperazione, perdita di speranza nella vita, nei rapporti, nelle lusinghe, nella possibilità di cambiare. Un ronzio, una distorsione, un processo del mondo maschile, anche, a una donna che ha perfino <<la fica triste, imbevuta di ideologie>>, da stendere su un lettino ginecologico, da stuprare in mille modi. Un funerale dell’anima senza scampo.
Il ritmo dello spettacolo apre ampi squarci di vuoto e non capisci quanto siano cadute di ritmo, giunture non registrate, o deliberati raffreddamenti dell’azione. Si ostina nella ripetizione, nella sottolineatura. Si inerpica in qualche squarcio folgorante, il visionario delirio contro un mondo marcio di violenza, che avrebbe bisogno di palingenesi o di apocalisse, un indossare una marionetta senza testa per duplicare con le sue braccine i movimenti costretti dell’attrice, doppio, oggetto smarrito in un mondo all’odore di Ketchup…
Questo spettacolo ti perde e riesce a riprenderti, a portarti in uno stato di dormiveglia ansiosa, vicino al limite estremo degli atti che vogliono rompere quel ronzio, quel ronzio che non si riesce a spegnere e che il vuoto, la pausa, la caduta di ritmo enfatizza.
Il suicidio sarà ancora un rituale, atti minuti sui letti diversamente illuminati, lingue bianche cadaveriche, vestiti impiccati a corde e poi indossati, colorati, addossarsi ai pilastri in altri quadri di luce, sprofondare in un buio in cui quel banco di regia sembra un’isola di demiurghi che manovrano i suoni impazziti del mondo. Poi un'altra penombra, azzurra, l’apparizione in alto, in cima ai grattacieli, ai menhir, delle donne. Uno scaricarsi, bruciare. Un buio da corto circuito lascia un silenzio ancora sporco di quel ronzio, insistente, minuto, indomabile, che non fa decidere al pubblico che è giunto il momento di scacciare i fantasmi con gli applausi dalla sala dei Teatri di Vita. E riprendere a vivere.