NEL BUIO LE VOCI DI ROMEO E GIULIETTA

a1n5romeoLatina – Nel buio si scorgono due lucette, dalle quali sembra provengano le voci amplificate. E quest’oscurità, a tratti interrotta dall’illuminarsi di uno sbrilluccicante fondale, accompagnerà l’intero arco dei settanta minuti di spettacolo. Siamo sulla scena di Romeo e Giulietta – et ultra, ultimo lavoro confezionato da Fanny & Alexander (“giovane” gruppo ravennate) che sta iniziando ora a girare in questa forma “compiuta”, dopo un paio di passaggi preparatori che hanno avuto anche occasioni pubbliche

Lo abbiamo visto al Teatro Comunale di Latina, ospite della rassegna “Sentieri d’ascolto” (organizzata dall’ATCL, Associazione teatrale fra i Comuni del Lazio, in collaborazione, tra gli altri, con Stato, Regione, Eti e Teatro di Roma), ma già lo scorso giugno a Castrovillari avevamo avuto occasione di conoscere la fase embrionale di Romeo e Giulietta. Si trattava allora di un video, girato nei giorni della “Fucina di Hansel e Gretel”, prodotto-esito del laboratorio condotto da Fanny & Alexander nell’ambito di Primavera dei Teatri, il primo festival organizzato da Scena Verticale (uno dei pochi gruppi di ricerca calabresi) in quel paese alle pendici del Pollino. In autunno poi il secondo approdo arrivava a Interzona di Verona per “Prototipo”, al quale però non abbiamo partecipato.
E invece di quei giorni di lavoro con i bambini (il laboratorio era rivolto a loro) nello spettacolo sembra di intravederne traccia, almeno nel disperato abbandono al gioco di morte. Offerto come ri-attualizzazione infantile di un’innata consapevolezza della caducità della vita e della crudeltà del mondo.
Del resto Fanny & Alexander, dietro al cui nome si celano dei solari ragazzi non giovanissimi quanto i loro tratti adolescenziali dimostrano, sono diventati maestri di crudeltà infantili, inferte e subite. E Ponti in core e Sulla turchinità della fata restano nella memoria dello spettatore anche per questi codici ripetuti.
Proprio all’inquietante biancore della Turchinità della fata si contrappone il buio di questo Romeo e Giulietta, che dal testo shakespeariano ha distillato le gocce più atroci. Un succo che per essere assaporato necessita di una conoscenza non solo della storia dei due giovani amanti divisi-uccisi dall’odio reciproco delle rispettive famiglie, ma anche di una predisposizione intellettuale alla stratificazione del messaggio e poi alla sua sintesi ripulitrice e disvelatrice.
Dietro al velo, che nasconde il palcoscenico dal proscenio, agiscono dei corpi che solo a momenti sono identificabili con i personaggi del dramma. L’intenso lavoro di ogni singolo attore si somma in un ensemble di energia che per la maggior parte del tempo appaga solo le orecchie dello spettatore, mentre sollecita la vista ad una dura prova di resistenza. Da quel buio reiterato squarci di luce accecante investono gli occhi per comporre, riflessi sul velo di chiusura, scie luminose dalle forme suggestive. E’ evidente che la ricerca di Fanny & Alexander si sia concentrata – e l’esito in questo senso è apprezzabile – sulla voce, portando l’uso dei microfoni sulla via aperta da Carmelo Bene.
I microfoni appaiono protagonisti della messinscena, tanto che ad un certo punto si capisce che le lucette dell’inizio segnavano proprio la presenza di questi elementi essenziali, che vengono incessantemente trasportati dagli attori come fossero prolungamenti del corpo. Insomma, parleremmo di radiodramma, se non fosse che un lavoro sul movimento esiste e talvolta si intravede. Quando un occhio di bue più prodigo illumina quelle figure arroccate su trespoli si creano immagini flash, quasi dei fotogrammi, pose pittoriche, che ricordano gli abbracci dipinti da Francesco Hayez.
Ma forse Fanny & Alexander proprio l’orrore di questo “muro” che separa Montecchi e Capuleti e che qui impedisce la visione vogliono rappresentare con il loro Romeo e Giulietta.
Lo spettacolo sarà in scena ad Aosta (Teatro de Ville, il 20 aprile), a Pescara (Teatro Florian, il 10 maggio), a Bologna (Teatri di Vita, dal 20 al 22 maggio) e a Roma (Teatro Valle, il 25 e 26 maggio).

PARSIFAL DOLOROSO NEL CRUDELE SPLENDORE DEL MONDO

a1n2parsiRoma – Un penetrante suono di tamburo invade la scena, pervasa di naturale, solare biancore. Sembra il richiamo di un rito tribale al suo avvio, come spesso accade negli spettacoli della Valdoca. E prosegue quel ritmo, quasi a predisporre gli spettatori alla visione, trascinandoli in una transe atavica. Da quel vuoto di parola si leva allora l’urlo straziato di Parsifal che non ancora in scena inizia il suo lamento poetico. Poi eccolo concedersi alla vista, ricoperto su volto e dorso di biacca maculata di rosso, è l’attore Danio Manfredini. La voce rauca e disperata esce da un corpo contorto e alta si libra nel monologo iniziale: <<Non posso non voglio non più posso/ non più posso tenere la sopportazione>>, splendido avvio di una messinscena che trova il suo punto di forza proprio nella presenza stra-ordinaria di questo corpo e di questa voce. Torna a mostrarsi Parsifal, fuoriuscendo da quel <<buco vuoto>> durato lunghi anni, ebbro di stanchezza, consumato da un’esistenza vagante alla ricerca del Graal, appare in scena trascinandosi sulle gambe flesse.

Così, dopo Parsifal piccolo Cesare Ronconi col Teatro Valdoca incontra, con questo Parsifal, il vecchio cavaliere del grande romanzo incompiuto di Chrétien de Troyes (del XII secolo), che qui diventa un eroe laico, caricato di tutti i dolori del mondo. Un uomo, i cui occhi tutto hanno visto, reso folle dal cammino verso la conquista di quella lucida consapevolezza delle contraddizioni che velano l’esistenza umana, “nel crudele splendore del mondo” – come è scritto per sottotitolo.

Poi, da dietro i tre teli bianchi posti sul fondo, entra la schiera di cavalieri senza armature, ma ridotti a mobilissime marionette con lunghi nasi alla Pinocchio e sul capo conici cappellini alla Merlino. E’ un popolo clownesco quello che inizia una danza ininterrotta sul battito del tamburo di Ronconi, che dirige lo spettacolo dall’interno, mentre avviene – lo stesso che accadeva in Fuoco centrale. Lì, però, il regista lavorava di pennello, passandolo intriso di colore rosso sugli attori in azione.

In questa massa di acrobati danzatori – anche qui segnati di colore – si mescolano, confondendosi, i personaggi deputati a recitare i versi pieni di senso e di provocanti ripetizioni scritti da Mariangela Gualtieri. Solo la parola distingue dall’omologazione e connota quelle figure vaganti nell’Irsuta Cundri, in Biancofiore, nell’Eremita o nella Madre. E qualche elemento aggiunto sugli ginnici shorts neri, che per qualcuno è un tutù di tulle e allora chi lo indossa compie passi di danza più accademici, nonostante gli anfibi calzati ai piedi. Per il resto si somigliano tutti, tranne il giovane Parsifal col suo strano copricapo e senza naso, che spesso si avvicina al Parsifal di Manfredini per baciarlo teneramente. E’ questo giovane a consegnare al vecchio una lunga canna che appare inutile quanto una lancia spezzata, ma che comunque Parsifal impugna nel suo moto circolare, costantemente seguito da quei due enormi riflettori piantati agli angoli della scena e manovrati da altrettanti pinocchi.

Quando il flusso testuale monologante di Gualtieri si interrompe è la danza a dominare la scena, divenendo minacciosa e di gruppo sul ritmo del tamburo o distendendosi su note wagneriane. Intanto, Parsifal a piedi nudi prosegue il suo cammino su questo palcoscenico circense, chiuso sulla ribalta da una fila di lampadine a pallina trasparenti ripetuta anche sul fondo. Ed è una scena che si rivela a tratti piena di tragico-erotica ironia e poi di giocosa felicità. Ma durano poco. L’andare di Parsifal per il mondo è solo sofferenza, contrazioni del corpo e della mente, che sono un’altra grande prova d’attore per Danio Manfredini. Quell'<<amore grandissimo per le cose mancanti>> lo getta in terra e lì si contorce <<slentato d’amore>>. Il suo Graal l’ha <<ritrovato e perso cento volte>>.

E alla fine, la presa di coscienza appare totale. Di nuovo in terra, il lungo naso schiacciato sul pavimento, sembra regredire allo stato fetale. Forse è la morte che arriva, mentre Parsifal chiede perdono per quel poco, per tutto quello che sa.

Parsifal prosegue la tournée a Verona (Teatro Camploy, il 31 marzo), Perugia (Teatro Morlacchi, il 4 aprile), Udine (Teatro Zanon, l’8 aprile), Ravenna (Teatro Alighieri, il 13 aprile), Casalmaggiore (Teatro Comunale, il 15 aprile) e Ferrara (Teatro Comunale, il 20 aprile).

UNA TEMPESTA PER RISTABILIRE L’ORDINE

Roma – Nel buio una lastra metallica è scossa da mano di percussionista. E’ il rumore della tempesta che Prospero con le sue arti magiche ha scatenato sul mare per mandare alla a1n1gallina1deriva la nave sulla quale viaggia il fratello Antonio, usurpatore del suo regno. Si apre nel rispetto filologico del testo shakespeariano La Tempesta – Dormiti, gallina, dormiti… che Davide Iodice – regista della compagnia napoletana Libera Mente – ha diretto con spirito ribelle e contaminatore. Un modo di operare, il suo, che sembra aver colto la materia primigenea di questo dramma che chiude la folgorante carriera dell’autore di Stratford-upon-Avon. Quegli innesti di cultura terrigna, rubati da Shakespeare ai comici dell’Arte e impastati con i motivi “alti” e l’impalpabilità dei sogni e delle passioni umane, nello spettacolo di Iodice diventano occasione per sperimentare presenze teatrali diverse e relegate in un genere ormai marginale. Sono i corpi scenici degli artisti della sceneggiata che il giovane regista recupera e mescola nel cerchio della Tempesta agli attori e ai musicisti di Libera Mente.
Sbattuti dalla furia delle onde sulle rive dell’isola di Sicorace, dove da dodici anni Prospero vive con la figlia Miranda, i nuovi naufraghi trovano un clima di magica soavità. Il calmo sciacquio sulla battigia inizia ora ad accompagnare le parole degli attori, dando il ritmo all’intero spettacolo. E non si tratta di una base registrata, ma di un marchingegno artigianale piazzato sul fondo della scena. Bilancieri, carrucole e corde muovono costantemente una sorta di tammorra con dentro centinaia di piccolissime palline metalliche che rotolando dolcemente creano quel rumore. E’ solo una parte dell’elemento musica dello spettacolo che assume – come accade sempre nei lavori di Iodice – una valenza narrativa.
In quell’aria densa di incantamenti approdano, insieme all’usurpatore Antonio, il vecchio consigliere Gonzalo, il re di Napoli Alonso con il fratello Sebastiano e la piccola ciurma buffa e sconquassata, Trinculo e Stefano, mentre perduto tra i flutti sembra essere Ferdinando, figlio di Alonso. Dopo dodici anni di attesa è giunta l’ora dei chiarimenti e tutto accade nel rapido susseguirsi delle scene, che sviluppano il dramma nel rispetto delle tre unità aristoteliche (azione, tempo e luogo), mai tenute in considerazione da Shakespeare e che Iodice rende ancora più asciutte e leggere, come fluidi e leggeri sono i passaggi di Ariele. a1n1gallina2Attori e musicisti, che siedono lungo il perimetro della scena svuotata di quinte e fondali, si alternano nel cerchio dell’azione, come se di volta in volta andassero ad alimentare e, contemporaneamente, a prelevare energia per l’azione scenica stessa. Si crea così un centro di gravità dove subito Prospero (un intenso Rino Gioielli in giacca da camera) narra a Miranda di essere stato un tempo il duca di Milano, ma di aver abbandonato il governo nelle mani del fratello per amore dell’arte, con la quale credeva di <<poter cambiare questa società>>. Tragica distrazione che ha permesso ad Antonio, alleatosi con Alonso, di spodestarlo e di prendere il potere prima di abbandonarlo in mare con la figlioletta Miranda. L’orrore del raccolto lascia subito il posto all’etereo sopraggiungere di Ariele, il minuto e vibrante Emi Salvador, che in completo bianco svolazza indaffarato per la scena e ogni tanto canta le canzoni di Nino D’Angelo. E’ uno spirito dell’aria, imprigionato dalla maga Sicorace in un tronco d’albero e lì rimasto fino all’arrivo di Prospero. Servizievole e leale, né maschio e né femmina ma sorta di androgino rinascimentale, Ariele si contrappone al macho Calibano, mostruoso figlio di Sicorace, che per mancanza di virtù umane rassomiglia al Calandro del Bibbiena e che Iodice fa interpretare a Nando Neri, mettendogli sul dorso nudo una vecchia e spelacchiata pelliccia. E mentre Miranda (la graziosa Tania Garribba) e Ferdinando (Vincenzo Del Prete) si innamorano al primo incontro, al centro della scena si consumano le performance buffonesche di Davide Campagnone e Silvestro Sentiero (che firma anche la partitura drammaturgica in napoletano dello spettacolo). Il primo, passando dal ruolo di Antonio a quello di Trinculo, forma con Sentiero (che interpreta invece Sebastiano e Stefano) un’affiatata e interessante coppia d’attori, da cui emerge il puntuale lavoro sul corpo compiuto dalla compagnia.

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Del resto questo spettacolo (che ha ricevuto il Premio Speciale Ubu 1999) è tutto costruito con un amore artigianale per il fatto teatrale. Una passione che lo libera da ogni inutile elemento e lo conchiude in un meccanismo ad orologeria. La scrittura musicale (eseguita da Lello Settembre, Luciano Catapano e Claudio Marino, che prediligono percussioni, fiati e altri inusuali oggetti sonori) procede parallela a quella drammaturgica, per sfociare talvolta in sequenze memorabili. Come il brano del convivio con tanto di portate preparate da xilofono e tammorra e servite dallo scroscio di minuscoli piattini, vera e propria chicca che provoca l’applauso degli spettatori.
Nelle quasi due ore la messinscena attraversa i complotti di Calibano, i pentimenti di Antonio, i ritrovamenti di figlioli e si ricorda anche del traffico di organi e di clandestini sull’Adriatico e della strage del Cermis. Per arrivare verso un finale da avanspettacolo, offerto ai due giovani promessi sposi, in cui Ariele in giacca di lustrini, che già pregusta la libertà promessagli da Prospero, prova ad addormentare una spaesata gallina. Citazione di Vicienzo ‘o Pazzo, comico di sceneggiata che quando entrava in scena – assicura Iodice – cercava di attirare l’attenzione del pubblico recitando verso la gallina che portava con sé: <<Dormiti, gallina, dormiti>>. Una scaletta di canzoni della tradizione popolare porta al lieto fine della vicenda, come quel clima sovrannaturale eppure tanto capace di scavare nella profondità dell’animo umano aveva preannunciato dall’inizio. La finzione scenica scomparirà per lasciare il posto a donne e uomini anche se sono <<della stessa materia di cui sono fatti i sogni>>. Ogni fraintendimento e malefatta si sciolgono, il perdono arriva puntuale, l’amore trionfa e Prospero non avrà più bisogno dell’ausilio delle sue arti magiche. Dopo la tempesta, un nuovo ordine è ristabilito.

 

Dopo Roma, La Tempesta – Dormiti, gallina, dormiti… sarà in scena al Teatro S. Chiara di Trento l’8 e il 9 aprile, a Matera il 14, a Potenza il 18 e a Cagliari dal 27 al 30 aprile.

L’INDIA SULLE RIVE DEL TEVERE

Questa sorta di zona cuscinetto consacrata al silenzio, dove il colore dei vecchi cotti immersi nel verde regala anche all’occhio una pausa, prima di proseguire nella visione di un panorama sterminato di palazzoni, il Comune si è impegnato a recuperare attraverso un articolato progetto di collaborazioni pubblico-private. Progetto che inorgoglisce non poco l’Amministrazione Rutelli e che, ieri, in occasione della presentazione pubblica dell’India, ha portato lo stesso sindaco a dilungarsi sugli sviluppi di questo recupero. In altri edifici del complesso sorgeranno, tra l’altro, la biblioteca della Terza Università (raggiungibile anche attraverso il previsto ponte pedonale sul Tevere), una casa dello studente, mentre, sull’altra sponda, di fronte al nuovo teatro, il Gazometro verrà trasformato in Museo della scienza.

Intanto, l’Amministrazione ha acquistato – per una cifra pari a 9 miliardi e 700 milioni di lire, compresi i lavori strutturali, solai, impianto elettrico, fognature, ecc. – l’edificio nel quale sorgono le tre sale dell’India. Si tratta di due ambienti al piano terra, modulabili e capaci di ospitare fino a 300 spettatori e uno al piano superiore, non ancora agibile. Oltre alla zona di ingresso, sempre a livello terra, che va a creare un’enorme foyer. Data la stretta vicinanza delle sale – sono divise da una parete – esse non potranno, però, venire utilizzate contemporaneamente. Agli spettatori è riservata una gradinata di seggiolini, posti sul lato più corto della sala. Ma, il pubblico potrà accomodarsi anche lungo le pareti laterali, secondo le necessità dell’allestimento scenico.

La biglietteria e il bar, invece, si trovano tra le vecchie mura dell’ex deposito per l’acido solforico – al di là del largo piazzale – che potrà, anch’esso, trasformarsi in spazio teatrale all’aperto.

La rivivibilità di questa prima area dell’ex fabbrica della Mira Lanza ha implicato anche una piccola rivoluzione del territorio con la riconquista di Lungotevere dei Papareschi – subito prima/dopo Ponte dell’Industria, quello che i romani chiamano Ponte di Ferro. Da quel tratto scomparso e sconosciuto ai più, dove il fiume scorre senza argini tra la vegetazione, ora si accede al Teatro India. In questo spazio inconsueto si snoderà un programma di spettacoli che non vuole, però, contrapporsi al cartellone dell’Argentina, ma anzi con quest’ultimo procedere su di un medesimo binario, associando tradizione e ricerca. E, a parte la politica dei prezzi che ha bloccato il costo del biglietto a 20.000 lire, è stata messa a punto una nuova ipotesi di “abbonamento”, non individuale e aperto all’acquisto, a metà prezzo, di quanti più biglietti si voglia, secondo la quota prepagata (cento, centocinquanta o duecento mila lire). Un’idea, questa “carta teatro”, che – ha sottolineato Martone – sta già provocando lunghe file al botteghino.

Vediamo, allora, gli spettacoli che saranno allestiti, nei prossimi due mesi, tra le vecchie pareti dell’edificio paleoindustriale, il cui intonaco racconta ancora di precedenti passaggi. E la decisione di non intonacare quei muri vuole essere un segno della volontà di conservare la memoria del luogo. Dopo la trilogia shakespeariana di Carlo Cecchi, all’India arriveranno le antiche danze balinesi dell’isola di Batun, seguite da Danio Manfredini con Al presente e Il miracolo della rosa (dal 29 settembre al 17 ottobre).Quindi, Le false confidenze di Marivaux con la regia di Toni Servillo (dal 6 al 17), Peter Sellars con The story of a soldier di Stravinskij (dal 22 al 24) e Shopping & Fucking Ravenhill diretto da Thomas Ostermeier (il 30 e 31). Poi, a fine ottobre, l’India chiuderà, per avviare i lavori dell’impianto di riscaldamento, e la stagione 1999-2000 del Teatro di Roma proseguirà – in un gioco di rimandi metaforici immaginato da Martone – nella sala settecentesca dell’Argentina.

L’IRONICO TACCO A SPILLO DEL DUO SAMBO-SAPIO

Complice di questo recupero la sesta edizione della rassegna “I solisti del teatro”, curata da Carmen Pignataro e Annalisa Scafi nei Giardini dell’Accademia Filarmonica Romana, dove, fino al 31 luglio, sono in programma performance d’attore, spesso con musiche dal vivo. E questo è anche il caso del duo Sambo-Sapio che, accompagnato al pianoforte da Silvestro Pontani, confeziona uno spettacolo garbato e ironico e talvolta toccato da una lieve nostalgia per quel “bel tempo” che segnò gli esordi di una emancipazione femminile, per molti versi ancora da venire. Un bacio a Mezzanotte – dall’omonima canzone di Kramer, Garinei e Giovannini – ripercorre quei fatidici primi anni 60, abitati da signore e “signorine” cotonate, per le quali fioriva una pubblicistica “specializzata” ad instradarle in un’escalation di ruoli codificati che da brave figlie le vedeva trasformarsi in mogli e madri modello. Nello spettacolo, tra tacchi a spillo e lacca per capelli, le autrici-attrici rivisitano proprio quelle rubriche sentimentali e di “bon ton” dell’epoca per costruire un tenero ma disincantato copione, le cui battute sfociano continuamente in un mare musicale che ricalca la struttura di un genere teatrale tanto in voga nei Sessanta, la rivista. E il Quartetto Cetra entra da protagonista nella messinscena, anzi proprio a quei tre più una è dedicato il lavoro, che invece trova ispirazione nella vicenda di Lauretta Lardori – “maestrina” di San Gemini, salita agli onori della cronaca con l’elezione a “Donna ideale 1958”. La “signorina” in questione – ricordano Sambo e Sapio – con questo titolo collezionò 7.000 richieste di matrimonio. Di li a poco, col boom economico la lavatrice avrebbe iniziato la conquista di tutte le case degli italiani, mentre la moda dei premi alle “qualità” e ai “lavori” femminili imperava, solleticando l’immaginario collettivo – non solo femminile evidentemente – insieme al bombardamento pubblicitario che immetteva nel mercato oggetti in plastica e tessuti d’abbigliamento sintetici. Così, in Un bacio a Mezzanotte quando Sambo e Sapio entrano in scena si ritrovano nel luogo dove subiranno l’ennesima selezione per l’ennesimo premio. Sono due reduci devastate da incredibili quesiti – tipo <>, comparso su un numero di “Saper Vivere” del 1961 – che a fatica trascinano valige piene del loro quotidiano piccolo borghese. E il testo prosegue la sua provocazione, attingendo dalle pagine di rubriche in voga di quel torno di tempo, lettere e risposte che riesumano una realtà soffocante quanto il foulard rigirato dal capo sotto il mento, fino intorno al collo, mentre l’impavido duo di attrici intona “La più bella del mondo”. Le canzoni si alternano ai jingle pubblicitari di prodotti che avrebbero cambiato non solo il look di signore e “signorine”. Poi, una torna ad insistere sulla necessità dei centrini fatti a mano che possono guarnire anche il piattino della tazzina di caffè, contro l’altra che ne decreta la morte. Le infilano tutte le “problematiche” che assillano le signore di buona famiglia, tirando fuori della valigia un paio di guanti di plastica per le faccende domestiche. Qui la canzone è “Donna”, le cui parole recitano <<…tutto si fa per te…>>, ma le attrici mimano carponi un ménage da instancabili lucidatrici professioniste, efficaci più degli elettrodomestici ancora da acquistare. Il gioco comico prosegue ed è chiaro che almeno ad una delle due il personaggio di “angelo del focolare” in cerca di un marito comincia a stare stretto. Quel vento che nei primi anni 60 iniziava a soffiare, per il momento portava collant di nylon e plastiche per la casa, cotonando i capelli delle protagoniste. Ma nel giro di un lustro avrebbe tagliato le gonne e ricoperto di fiori le chiome sciolte delle loro sorelle minori.

LA SOCIETAS RAFFAELLO SANZIO IN VIAGGIO TRA LE PAROLE DI CELINE

Un debutto preceduto da una buona dose di anticipazioni e di curiosità, prodotte sia intorno alla questione dei diritti d’autore sia intorno alla compagnia, della cui esistenza finalmente, dopo Giulio Cesare, si sono accorti in molti. Proposto nel programma di Romaeuropa come appuntamento musicale, lo spettacolo del gruppo di Cesena entra nel testo di Louis-Ferdinand Céline estirpandone personaggi e flusso narrativo, fino a lasciarne visibili – anzi sottolineandoli verbalmente e visivamente – solo i nodi tematici del monumentale romanzo, del 1932. E sono proprio “la guerra”, “il bordello”, “l’Africa”, “l’America”, “la medicina” e “la Fiera di Batignolles”, estratti come blocchi dall’epopea del protagonista Bardamu-Céline, a fornire la griglia di sviluppo del concerto. Sul palcoscenico questa volta svuotato da quegli intriganti e studiatissimi apparati scenografici, che tanto affascinano gli spettatori della Raffaello, regna sovrano il suono, come se il lavoro avesse voluto ricalcare le orme di Céline stesso, quella sua ricerca di un linguaggio efficace e vivo. Solo due schermi rotondi, illuminandosi di immagini fanno da fondale cangiante alla messinscena. Su questa griglia tematica si snodano i settanta minuti di spettacolo, durante i quali la partitura drammaturgica di Chiara Guidi viene riprodotta dalla modulazione delle voci degli attori, che si alzano, si abbassano, gracchiano, sussurrano e ansimano, in falsetto o piene, producendo un suono – a tratti polifonico – e un ritmo che conduce lo spettatore verso l’abbandono del significato delle parole. Ma questa parola significante trova un accompagnamento e una sottolineatura nella base registrata che erutta rumori, suoni e voci dagli altoparlanti e che per tutto il tempo impegna il regista Romeo Castellucci. Collocato dietro ad un muro di macchinari, posti sulla sinistra della scena, Castellucci traffica per comporre un sonoro disomogeneo, disequilibrante e spesso fastidioso, come quando si distinguono, in un crescendo del volume, raffiche di pallottole mescolate a fragore di elicotteri o terribili versi d’animali. Quello che resta è una “musicalità” recuperata tra le vestigia dei mali procurati dall’individuo umano sui suoi simili e nel mondo, a tratti esasperante al limite della sopportazione, ma altre volte coinvolgente per il rigore dell’esecuzione. Un rigore che comunque lascia il sapore dell’incompiuto, quasi fosse una prova aperta nel cammino verso “la messinscena”, nella misura in cui esaspera, rendendolo di particolare rilevanza – questo sì – il solo lavoro sulla voce dell’attore. Le immagini, attinte dalla Cineteca di Bologna, documentano la Grande Guerra e poi la pornografia di inizio secolo e la terra d’Africa colonizzata ma, scorrendo su uno dei due schermi nel fondo della scena, non forniscono un convincente contrappunto visivo alla sinfonia verbale. Solo quando si arriva all'”America”, dopo cinquanta minuti di spettacolo, la parte destra della scena lascia apparire una fila di zampe meccaniche che battono sul palco, mentre un vecchio filmato della fabbrica Ford passa davanti agli occhi degli spettatori. Quelle sedici zampe che percuotono il palco sembrano, allora, altrettanto minacciose dei fumi delle ciminiere e degli stantuffi del capitalismo galoppante che passano sullo schermo. Così, anche il degrado, la miseria, l’abiezione, il terrore – e quant’altro di “basso” governa l’umana esistenza – del céliniano Viaggio al termine della notte, compaiono improvvisamente sul finire del concerto. Tra immagini di animali sgozzati a ripetizione e un crescendo sonoro sempre più insopportabile si va verso “il termine” delle parole-suono. Chiara Guidi smette di dirigere la sua partitura e il tavolo intorno al quale i quattro attori in scena avevano agito viene rispostato verso il fondo. Anche l’animale che ansimava dall’inizio in mezzo al palco viene trascinato fuori scena, mentre tutto volge alla calma. Fino al silenzio. Allora è Céline stesso a guadagnare lo spazio scenico. L’attore entra muto e così resta, gesticolando accanto ad un pappagallo appollaiato su un trespolo. La parola è giunta al suo “termine”.