Appunti di eterogeneo spessore

C’è una breve sequenza di immagini in bianco e nero che a un certo punto compare nei video di Bluemotion preparati per Petrolio – Safari, come ad aprire, dall’interno delle Mura Aureliane, uno squarcio su quello “spicchio” di città ritornante più volte nella massa di materiali lasciata da Pasolini e pubblicata da Einaudi nel 1992, diciassette anni dopo il suo brutale omicidio. Nello sfocato tremolio vi si riconosce la facciata della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, ripresa da una camera in movimento che, seguendo il senso di marcia, scorre verso destra e attraversa Porta Maggiore, e ancora a destra imbocca l’origine di via Casilina. La camera si arresta dietro al bus 105 che fa la sua fermata quasi davanti all’ex pastificio Pantanella, oggi ennesimo centro residenziale radical chic, ma proprio a cavallo dell’ultimo decennio del secolo scorso, uno dei luoghi simbolo di una capitale che si scopriva incapace di accogliere il dirompente flusso migratorio, divenuto inarrestabile con gli eventi dell’89. Come pure dalla stretta neoliberista e dal feroce neo colonialismo praticato in tutto il continente africano. Nel fatiscente complesso di archeologia industriale avevano trovato un tetto migliaia di extracomunitari – duemilacinquecento, senza strutture igieniche, naturalmente – che scappavano dalla guerra e dalla fame: era nata una illegale cittadella sottoproletaria e multietnica, prima tollerata e poi sgombrata, in un rimpallo di responsabilità tra applicazione della Legge Martelli e un Campidoglio languente a guida del “poltronissimo” Franco Carraro. La comparsa di quei frammenti proiettati sui tre maxischermi, che inscatolano la scena dall’inizio alla fine di Petrolio – Safari, provocano un cortocircuito percettivo più intenso dei primi piani degli attori recitanti passi del testo pasoliniano, nella misura in cui ricollocano quelle parole in uno spazio urbano ultraconnotato e – elemento questo di massimo interesse – oggetto di un “risanamento” che ne ha trasformato in questi venti anni il suo tessuto sociale fino a modellarne sul suo scheletro una delle aree della movida metropolitana, forse la più cool nell’ultimo lustro e quindi già da quell’apice destinata a una irrimediabile deriva antropologica.

Questa sequenza urbana, i cui singoli frammenti mostrano secoli di stratificazione architettonica, fornisce la visione di quella “mutazione” che è una delle essenze costitutive di Petrolio, pur nel suo essere un fiume di materiali, plasmabili, aperto a ogni sorta di utilizzo, approfondimento, digressione. E lo spettacolo ideato e diretto da Giorgina Pilozzi con l’ensemble dell’Angelo Mai – cresciuto dopo l’assegnazione dell’ex bocciofilo di via delle Terme di Caracalla, ora “occupato” a seguito dei medesimi problemi di ordine fiscale che portarono alla chiusura del Rialto Santambrogio o meglio al sequestro di quelle parti del fabbricato adibite a bar – lascia a ogni singolo elemento artistico la massima libertà espressiva. Un teatro concerto, su un impianto scenografico affidato ai video, dove la parola scorre monologante e sfocia in canzone, mentre il gruppo strumentista non cessa la sua esecuzione. Ospitato anche al Teatro India all’interno di “Perdutamente”, Safari è concentrato in questo breve video, che appare come abbozzo criptato, riconoscibile solo a quanti si trovino in confidenza con quel percorso che immette in quel pezzo di città, e quindi a proseguire sulla Casilina, a immaginare il Mandrione, a destra, e il Pigneto, a sinistra. E più avanti, fino alla Marranella, l’incrocio di via Casilina con via di Torpignattara, dove il Merda di Petrolio ha le sue visioni allegoriche. Quasi un sospiro compositivo che funge da micro manifesto di appartenenza. Del resto, di un omaggio a Pasolini si tratta, più che di una ricerca di dare forma scenica al suo “poema” incompiuto. E’, comunque, sempre arbitrario il tentativo di coagulare quello che lo stesso autore ha lasciato come Appunti di eterogeneo spessore, alcuni solo abbozzati, altri sovrabbondanti e rifiniti nei particolari. Qualcosa di molto riuscito nel senso di una lettura ispirata a Petrolio, l’ha compiuta Fabio Morgan, con Superstar apparso giusto giusto un anno fa al Teatro dell’Orologio – che lo stesso Morgan sta gestendo da un paio di stagioni. Il regista, anche autore (insieme a Leonardo Ferrari Carissimi e Andrea Carvelli) e interprete dello spettacolo (con Emiliano Reggente), è riuscito a creare un’opera complessa, che attraversa le mutazioni per concentrarsi su l’altro tema portante di Petrolio, il Potere. E sorprendenti sono le attualizzazioni e la profusione di linguaggi adoperati. Il palcoscenico diviso in tre settori passa da un piano “reale” – gli incontri eccellenti del protagonista Carlo – a uno onirico di grande effetto, in cui il sesso viene consumato meccanicamente e riprodotto in video, davanti a scenari da tranquillizzante cartoon, smaccatamente falsi e inquietanti. Con al centro l’icona parlante del poeta, solo la sua testa come immaginetta spettrale che continua a diffondere il suo pensiero.

Petrolio opera testamentaria, intesa come “summa” di un processo esperenziale di una vita vissuta in maniera speciale – è lo stesso autore che lo dichiara in diverse occasioni (Aurelio Roncaglia nella sua nota filologica all’edizione del ’92 ne dà il dettaglio anche per quantificarne quello che sarebbe dovuto essere lo sviluppo finale: 2000 pagine, di cui Pasolini riesce a lasciarcene solo 600) – torna ripetutamente ad attrarre l’attenzione nella produzione culturale contemporanea. Il primo a sollecitare una riflessione a partire da quegli Appunti era stato Mario Martone nel nascente Teatro Mercadante di Napoli, diretto da Ninni Cutaia, raccogliendo intorno all’omonimo progetto un enorme numero di soggetti, attori, critici, registi, scrittori (una cinquantina, scrive Lorenzo Pavolini nell’introduzione alla preziosa raccolta edita da Cronopio nell’ottobre del 2003), che ne hanno sviluppato delle verticali ancora attive nel dare i loro frutti. E’ il caso di Emanuele Trevi, finalista al Premio Strega 2012 con il suo libro Qualcosa di scritto (titolo rubato all’Appunto 37), il quale proprio così intitolava la sua partecipazione a quella memorabile esperienza collettiva. E gli spettacoli usciti o incrociati in quei mesi di ricerche su Petrolio e intorno a Pasolini hanno segnato la scena italiana, impossibile qui citarne i titoli o riportare tutti i nomi di artisti e formazioni coinvolti, ma giusto per rendere l’idea del groviglio creativo si peschino, in ordine alfabetico, dalla lista: Accademia degli Artefatti, Giuseppe Bertolucci, Carlo Cerciello, Daria Deflorian, Raffaele Di Florio, Rodrigo García, Davide Iodice, Antonio Latella, Valter Malosti, Marco Paolini, Fausto Paravidino, Vincenzo Pirrotta, Loredana Putignani, Anna Redi, Letizia Russo, Antonio Tarantino, Werner Waas. E tra gli altri, Fabrizio Gifuni e i Motus, il primo con ‘Na specie de cadavere lunghissimo… e i secondi con Come un cane senza padrone. A distanza di dieci anni, tra novembre e dicembre scorsi, proprio l’Angelo Mai ha voluto dedicare la programmazione a Petrolio, con i Motus e Gifuni tra i protagonisti. Tra congetture sulle pagine mancanti – l’Appunto 21 – Lampi sull’Eni e quelli indicati 20-30 – Storia del problema del petrolio e retroscena – continuiamo a interrogare questo Satyricon moderno. Anzi, col passano dei decenni le “conclusioni” cui era giunto Pasolini gli sono valse l’appellativo di profeta, anche nelle pratiche investigative, si pensi, a proposito di Eni, alla morte di Mattei. Altro che mero pessimismo! Ogni Appunto di questo “poema dell’ossessione dell’identità e, insieme, della sua frantumazione” è un oceano di sollecitazioni da cui attingere per guardare dentro e fuori di noi. E domandarci chi siamo.

Presentazione

Eccoci alla quarta edizione del Teatro Civile Festival di Legambiente, dedicata alle donne del Sud, dal titolo, lo stesso di FestambienteSud 2010, Sud Sostantivo Femminile. L’anno scorso abbiamo intitolato il festival “Tagli alla cultura, tagli alla civiltà”, per sottolineare che sottraendo risorse a cultura ed educazione si finisce per assecondare il lento (manco troppo) scivolamento verso la barbarie e verso la marginalità economica e sociale dell’Italia. Purtroppo questa tendenza a tagliare la cultura va avanti e la finanziaria di quest’anno è peggiore di quella dell’anno scorso. La qualità culturale del territorio è premessa e conseguenza della sua qualità ambientale. La cultura, l’educazione e la sostenibilità non possono subire tagli, e noi le associamo in questa edizione che ospita, oltre al teatro e altre forme d’arte, anche una summer school sul tema “educare nell’epoca dei cambiamenti climatici”. Più esplicito di così il nesso tra cultura e impegno civile per il cambiamento non poteva essere. Il programma che segue va integrato con due opere (il Telemomò live di Andrea Cosentino, la nostra coproduzione di quest’anno che racconta la nuova emigrazione giovanile, che ha debuttato a Vico del Gargano il 9 luglio scorso e verrà riproposto in appendice il 30 luglio; e Poliziotta per amore, testo di Nando dalla Chiesa interpretato da Beatrice Luzzi, che chiuderà FestambienteSud e Teatro civile festival in appendice l’1 agosto). Due ringraziamenti. All’ottima direttrice artistica Mariateresa Surianello, con la quale abbiamo stretto una sorta di “patto di solidarietà culturale” in questo momento difficile. All’assessore regionale Silvia Godelli, che ha saputo far crescere e poi mettere in salvo dalla crisi dei pezzi importanti del panorama culturale della nostra regione, creando un sistema regionale della cultura e dello spettacolo che sta diventando modello nazionale. A lei tutta la nostra riconoscenza.Franco Salcuni Nota della direzione artisticaNel mezzo della tempesta che sta travolgendo l’Italia della cultura, Legambiente rinnova l’appuntamento a Monte Sant’Angelo con il Teatro Civile Festival. Una quarta edizione sofferta, forse più delle precedenti, e di nuovo organizzata non solo come atto di resistenza ma proprio come occasione di ricongiungimento della società civile con l’arte che più la rappresenta e ne tiene alti i valori. Insieme a questi artisti dediti alle pratiche della scena, proviamo a raccontare un presente complesso che accomuna l’intera umanità. Contro ogni forma di campanilismo xenofobo ed eversivo insinuatosi nel nostro Paese a legittimare respingimenti e leggi bavaglio, compiremo una discesa tra le pieghe di vissuti di donne, scoprendo ferite ancora sanguinanti e affidandoci ai loro sguardi andremo a sbendare piaghe mai sanate che bruciano da sempre rimbalzando da un corpo all’altro, oltre le differenze di genere. Anche quest’anno il festival lascia emergere delle tracce attraverso linguaggi disomogenei, dai codici della comunicazione giovanile invischiati nel magma consumistico che disintegra coscienze e sentimenti di Ricci/Forte, alla rilettura del mito di Antigone che ne fa Motus trasportandolo in una contemporaneità in cui urge la rivolta, passando da un classico della stupidità umana rielaborato da Federica Santoro che dall’Otello shakespeariano sintetizza il confronto tra la docile Desdemona e il suo alter ego di sottile quanto inutile scaltrezza, Emilia. Di un altro limpido pensiero presto intorbidito dal cigolio dei carri armati ci ricorda Alessandra Crocco, per poi sfociare nel sofisticato e doloroso cabaret di Gigi Borruso raccoglitore di voci innocenti e segregate, come sono innocenti quei volti di spose bambine protagoniste del video di Pizzicato e Piotrowicz. Fino alla delicatezza di Rita Maffei che si fa bambina anche lei per testimoniare le atrocità quotidiane in un Sudafrica devastato dall’apartheid. E qui restiamo con una surreale Nelisiwe Xaba, danzatrice e coreografa di Soweto, ora che si sono spenti i riflettori mediatici sugli stadi di calcio, illuminiamo la memoria di Sara Baarthman, giovane donna esibita senza pietà nei freak show europei del XIX secolo, emblema delle infinite violenze perpetrate dal colonialismo sui popoli non solo dell’Africa. Ieri come oggi, nelle attuali mutazioni dello sfruttamento del lavoro e delle risorse.

Presentazione

Premio Tuttoteatro.com
alle arti sceniche “Dante Cappelletti”
2009 – sesta edizione

Un anno difficile per il teatro italiano sta per terminare, lasciando poche speranze per il prossimo futuro. In un paesaggio sempre più segnato dai danni di una politica culturale inadeguata alla realtà del Paese, a quella diffusa presenza di produzione indipendente essenziale al rinnovamento del teatro, diventa utile l’esito della ricognizione nella scena contemporanea che il Premio propone con le sue due giornate conclusive al Teatro India.

La creatività indipendente è la prima a restare schiacciata sotto il peso di questa crisi che sta iniziando a mostrarsi in tutta la sua insondabile profondità. Dove arriveremo e quello che accadrà nei prossimi giorni è un’incognita, di certo non sarà facile né rapido risollevare le sorti del nostro vivere quotidiano. Se di crisi economica si parla molto, poco si dice e nulla si fa per arginare la perdita dei valori fondamentali alla convivenza civile, anzi la si alimenta mostruosamente, gettando in pasto al popolo frasi prive di senso, composte con parole alle quali si vuole far perdere ogni significato. Parole innocue – quali respingimento – diventano portatrici di azioni orribili perpetrate attraverso nuove leggi, mentre parole alte, potenti, bellissime, dal suono evocativo – come libertà – subiscono un rovesciamento di senso, sono svuotate della loro funzione. Un linguaggio sconquassato, alla deriva, che rispecchia la decadenza morale raggiunta dalla società italiana, da quella parte di noi che, obnubilata da interessi personali, calpesta impunemente le regole della democrazia.
Nella parola, proprio perché soggiogata dall’ignoranza e dall’arroganza, e in quanto significante supremo di un patto di condivisione e di comprensione reciproca, confidiamo, andando a concludere questa sesta edizione del Premio dedicato a Dante Cappelletti. Nella parola che a teatro si fa carne viva, fonte di energia continuamente rinnovabile attraverso il corpo in azione, possibilità di trasmissione di un pensiero non superficiale, sia esso declinato sulle rotte della memoria o dentro i tunnel che ci oscurano oggi la vista del sole. I sette studi scenici, selezionati dalla giuria nelle giornate semifinali dello scorso novembre al Teatro Furio Camillo di Roma, propongono tutti un percorso funzionale alla riflessione su temi cui volentieri eviteremmo di soffermarci. I milanesi di Macrò Maudit con il loro Acido solforico entrano nelle dinamiche spregiudicate dell’industria televisiva, che qui arriva a riprendere lo sterminio nazista come modello per un nuovissimo reality show. Mentre Paola Marcone spinge il mito dentro i massacri delle nostre “guerre giuste” e compone un primo incontro tra Mister Jason e Lady Medea. E ancora di morte diffusa raccontano i giovanissimi DomInic De Cia e Sara Allevi con Cernobil’ Tour, partendo da una delle migliaia di piccole storie scaturite dall’omonima catastrofe nucleare, del 1986. A trenta anni prima, al 1956, torna Alessandra Crocco, attraversando con Non ti ho mai tradito le disillusioni di un giovane partigiano comunista italiano che assiste incredulo all’avanzare dei carri armati sovietici su Budapest. Siamo ai nostri giorni con Pietro Faiella e il suo Mondocane, uno spaccato abruzzese feroce e dai suoni duri che trascina due uomini verso lo scontro estremo. Sul confine della sopravvivenza dei reietti va Gigi Borruso, che della sua Palermo ha scelto di dare voce ai più deboli in un Fuori campo colmo di vittime innocenti della corruzione e dei giochi di potere. E infine con una sorta di supponente disincanto l’altro palermitano, Giuseppe Provinzano, scaglia invettive mülleriane dalla sua Radio Hamlet.
Si ricompone, con questi sette studi scenici, quasi un piccolo mosaico di critiche a un sistema di poteri votato alla esclusiva conservazione di se stesso, cieco di fronte alle trasformazioni della società e sordo verso i nostri bisogni, le nostre emozioni, i nostri sentimenti. Pronto con ogni mezzo a soffocare la nostra speranza di vivere tutti in un mondo più giusto. Ma noi continuiamo a respirare. Infatti, la ballata di Alice, che Elena Vanni prende in prestito da Nanni Balestrini, arriva nel foyer come chiosa ai giocosi esercizi poetici della Signorina Richmond. E sia ancora la parola poetica di Ingeborg Bachmann, che chiude questo libretto, a regalare a ciascuno di noi, anche in questo 2009 senza speranza, la libertà di immaginare paesaggi migliori.

 

Con piacere voglio qui tornare a ringraziare le Istituzioni che sostengono il Premio e, in particolare, Giovanna Marinelli, che ci accoglie per il terzo anno consecutivo nella prestigiosa sede dello Stabile romano, offrendo alle sette nuove opere finaliste una visibilità non ordinaria.
E grazie a Rita Cappelletti e Adino Ballerini, Grazia Maria Ballerini, Paola Ballerini e Denis Cohen, Adelfio Carrucoli, Rialtosantambrogio, Elvira Frosini, Elena Vanni e Nanni Balestrini, Joe Legwabe.

Presentazione

Finalmente arriviamo alle giornate conclusive del Premio, siamo al Teatro India. Per il secondo anno consecutivo, il gruppo di Tuttoteatro.com è accolto nel luogo, istituzionale e più prestigioso della Capitale, deputato alla scena contemporanea. E, arrivati al termine, ogni anno mi ritrovo a scrivere queste righe con la mente affollata dai pensieri scaturiti dalla vicenda organizzativa, e mi sembra un miracolo già il solo fatto di poterle poi stampare. Sì, questo oggettino, che raccoglie in estrema sintesi gli esiti della quinta edizione – e che quest’anno si mostra con un omaggio a Leo de Berardinis, ora che ci ha definitivamente lasciati – non è scontato averlo tra le mani. Intanto, perché stamparlo costa soldi che non abbiamo e poi perché è proprio l’intero progetto del Premio a essere a rischio. Ogni anno si ispessisce la coltre di incertezze intorno a quest’iniziativa, nonostante la sua necessità di esistere come azione di scavo nel sommerso scenico contemporaneo sia riconosciuta da artisti, operatori e istituzioni. Allora, la gioia per essere riusciti ancora una volta a portare a compimento un’impresa donchisciottesca dovrebbe risultare abbastanza grande da affrancarci tutti dalla stanchezza. Dovrebbe, e in parte lo è. Però, alcuni motivi di questa incompleta soddisfazione si devono qui esprimere in modo chiaro, visto che i miracoli non esistono e comunque seppure esistessero il Premio che dedichiamo a Dante Cappelletti non è da ascriversi in questa categoria di eventi. Al contrario, la sua sopravvivenza è il risultato di un’azione quotidiana di resistenza, lungo l’arco di dodici mesi. E poi, certo, questa quinta edizione è stata resa possibile dal rinnovato sostegno di alcune istituzioni che qui voglio di nuovo ringraziare. In particolare, l’Ente Teatrale Italiano e la Provincia di Roma, e naturalmente il Teatro di Roma che offre, a sette nuovi spettacoli non ancora compiuti, uno spazio stra-ordinario per un primo confronto con gli spettatori.
Questi mesi sono stati difficili – e sicuramente quelli che verranno saranno peggiori per l’intera cultura italiana, soggiogata alla politica dei partiti e in balia degli errori dei suoi uomini (le donne hanno ancora poche occasioni per sbagliare!). Al consueto immobilismo che in Italia precede ogni tornata elettorale, sta seguendo uno sfrondamento a colpi di accetta. Che a Roma quest’ultima abbia colpito anche il Premio è rilevante nella misura in cui il nostro taglio rappresenta un piccolo tassello di un disegno molto vasto di azzeramento per cerchi concentrici. Vedremo, saranno i fatti a smentirlo. Per ora, basta un pizzico di attenzione per capire che la crisi economica (mondiale) serve a veicolare misure che hanno come obiettivo immediato – per altro da più parti espressamente dichiarato – il mutamento delle regole basilari per una convivenza civile. E a medio termine – questo non affermato direttamente – la conquista dell’egemonia culturale. Invece, tolleranza, solidarietà ed equa distribuzione delle risorse formano ancora in questo XXI secolo il paradigma minimo dal quale partire per costruire una società più giusta e liberata dalla “paura liquida” che Zygmunt Bauman ci ha spiegato essersi insinuata in ogni piccola re-azione quotidiana.
Ma torniamo alla nostra pratica. Chi lavora sui fatti non si limita ad averne percezione, rimane proprio travolto dalla politica. Giusto per fornire un esempio concreto, vale la pena di ricordare che i problemi con la giustizia del sindaco di Rosignano Marittimo hanno chiuso al Premio le porte di Castello Pasquini, a Castiglioncello, il quasi tradizionale luogo di svolgimento della tappa semifinale. Articolazione essenziale alla vita del Concorso che avremmo dovuto tenere per strada o nella virtualità di Second life se non ci fosse stato il Kollatino Underground, spazio occupato e autogestito, tra i più attivi nell’accoglienza della creatività contemporanea e nell’ospitalità (a prezzi fuori mercato) dei processi produttivi. Non perdo questa occasione per ribadire che a Roma sono diversi i centri di aggregazione culturale che suppliscono a quella che dovrebbe essere una delle prime funzioni delle istituzioni pubbliche. Ne va di conseguenza che in assenza di mezzi propri, molte delle esperienze artistiche incrociate dal Premio nelle sue cinque edizioni trovano in questi centri spontanei una struttura ricettiva a livello produttivo, prima, e di visibilità, dopo. Una casa, insomma, in cui provare e poi mostrare il proprio lavoro.
Questo dei luoghi è il punto cruciale, il nodo che non riusciamo a sciogliere con il Premio, insieme al problema dell’accesso alle risorse. Per le sette nuove opere ancora in fieri, selezionate dalla giuria tra 125 progetti candidati, dopo l’apparizione su uno dei palcoscenici più importanti d’Italia, ci sono pochissime speranze di accesso ai circuiti ufficiali. Lo scorso anno, a questo stesso punto, invitavo direttori di teatri e programmatori ad avere coraggio per scardinare le dinamiche di un sistema teatrale decrepito e provare ad avviare il cambiamento. Chissà che non lo trovino oggi questo coraggio, in questo mutato panorama politico-economico che non garantisce più lo status quo? I tagli al Fus e ad altri strumenti di intervento finanziario – il Patto Stato Regioni – altereranno gli equilibri dell’intero comparto spettacolo dal vivo, anche delle zone più protette. Personalmente, temo in un arroccamento resistenziale. Di nuovo, vorrei che i fatti mi smentissero.
Nel frattempo, godiamoci questa due-giorni a India, vediamolo almeno una volta il lavoro di queste sette compagnie. Parlano di noi, con linguaggi diversi, anche se quest’anno proprio la parola emerge con forza a raccontare le nostre storie ordinarie, quelle che non vorremmo mai ascoltare. È un teatro questo che funziona da lente d’ingrandimento, ci permette una lettura critica della nostra realtà quotidiana e normalizzata. Normale come i Tre passi sulla luna che fa Fortunato Cerlino per entrare nell’intimità di un uomo e una donna, dilatandola poi in una strana triangolazione con la vicina di casa. E ancora le relazioni umane, ma in una dimensione collettiva, sono al centro dell’entropica Storia di un teatro, immaginata da Giovanni Greco con Le sirene, il gruppo allontanato nei mesi scorsi dal Teatro del Lido di Ostia. Mario Mantilli continua a interrogarsi sulle mostruosità della ex Jugoslavia, conducendoci dritti nella Tana della tigre col suo Progetto Target. Mentre l’inedita coppia Daniele Timpano/Elvira Frosini in Sì l’ammore no usa toni leggeri per denudare un’italianità svilita e decadente. Torna col ritmo del cunto nelle tonnare della sua Trapani, Gaspare Balsamo, per ricordarci che quello Non è più un mare per tonni, ma per cadaveri di migranti. E denunciano altre morti – da uranio impoverito – i due soldati Sul confine di Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti. Sono tragedie del presente, mantenute celate, ma ben conosciute dai nostri soldati reduci dalle zone di guerra. Anche Francesca Sangalli col suo Mitigare il buio fuori risolleva l’attenzione su un problema ultimamente trascurato, la dipendenza da eroina, che nel silenzio continua ad annientare le coscienze.

Non sono tematiche da intrattenimento, certo, un po’ ci invitano a pensare questi artisti. Anche se è sempre una festa quando il teatro marginale e abbandonato compare in luogo accogliente, caldo e attrezzato. Ma dopo cinque edizioni comincia il tempo dei bilanci e, mentre mi domando quale sia il senso di questo Premio, vedo gli incontri e le conoscenze che hanno innervato la sua piccola storia. Dante Cappelletti ne sarebbe felice. Per questo nel foyer esponiamo le immagini di Massimo Staich, per sollecitare la

memoria

e le

coincidenze

, mentre con l’happening su

Verona caput fasci

di Elena Vanni, Elio Germano e Raimondo Brandi proviamo a vedere dove siamo arrivati.

Presentazione

A tre settimane dagli incontri di Castiglioncello, il Premio approda a Roma, per la conclusione di questa quarta edizione al Teatro India, emblematico luogo di una città in perenne affanno di strutture per la contemporaneità. Ma dalle tre intense giornate vissute a Castello Pasquini, ospiti di Armunia, voglio qui ripartire, intanto per la qualità dell’accoglienza professionale e dei rapporti umani, che mi suscitano grandi emozioni e sentimenti positivi, due sfere fondamentali per ricordare Dante Cappelletti. Poi, certo, riparto da Castiglioncello, sia perché lì sono stati allestiti i venti studi scenici dai quali è uscita la rosa dei sette finalisti, sia perché è in contesti come quello creato da Massimo Paganelli, in un complesso pubblico, che trova senso il nostro lavoro. A partire dall’indagine che si compie attraverso la selezione dei progetti di spettacolo candidati, che quest’anno sono stati ancora più numerosi, toccando quota 198, una cifra che, al di là della soddisfazione personale per il grande successo dell’iniziativa, mi pare sia espressione del grave disagio del teatro italiano. Una sofferenza cronica contro la quale le azioni di sostegno e promozione del Premio poco incidono, se poi le nuove opere che si contribuisce a produrre non trovano sbocco in un sistema quasi completamente imbozzolato. Per questo è un segno di apertura importante, che vorrei leggere come l’avvio di un dialogo con un’altra istituzione pubblica, la migrazione dal Teatro Valle a India, simbolo quest’ultimo, per chi ne ha memoria, del rinnovamento auspicato da Mario Martone per lo Stabile di Roma, alla fine degli anni Novanta, spazio di archeologia industriale recuperato al teatro e tuttavia non ancora abitato in tutte le sue potenzialità.
Il collegamento attivato col Teatro di Roma si coniuga al sostegno che Ente Teatrale Italiano e Comune di Roma rinnovano da quattro anni e alla collaborazione della Provincia di Roma e del Comune di Piancastagnaio, in un processo che vorrei divenisse sempre più di scambio, di apertura verso le molteplici realtà creative più deboli e poco protette, quelle che il Premio tenta di rintracciare su tutto il territorio italiano – sconfinando volentieri – per provare farle emergere. Ma per dare consistenza all’effimera apparizione delle opere non ancora compiute, che il Premio accompagna sul palcoscenico, è necessaria una pratica quotidiana di risanamento di questo teatro dolorante ma sempre più vivo, una continuità di azioni che un concorso stenta a mantenere. Che fare? Servono strumenti legislativi, in assenza dei quali sono le persone che guidano le istituzioni culturali a dover agire, compiendo scelte precise, e spesso scomode, ogni giorno. Serve l’abbandono deciso dei vecchi criteri per l’assegnazione di risorse e spazi, serve individuare nuove modalità per confezionare programmi e stagioni teatrali. Serve invertire la marcia dell’omologazione. Serve molto coraggio.
Con pochi mezzi ma con infaticabili compagni – che prima di spendersi nella giuria, da quasi un decennio hanno creato l’identità di Tuttoteatro.com rivista online – si conclude il viaggio del 2007. In due giorni, sette studi scenici mostrano l’urgenza del loro voler divenire spettacoli compiuti. Le immagini polverose di Muta Imago aprono la kermesse, è la lotta di un uomo, Lev, per la riconquista della sua identità massacrata dalla guerra. Nella guerra e nelle nefandezze fasciste scava Alessandro Langiu con Viaggio per l’Orient-Cafè, alla ricerca di un rimosso collettivo nella sua terra, per arrivare ai morti di oggi nella Puglia delle fabbriche. Un triste vissuto familiare vomita Angelo, l’adolescente protagonista del monologo di Roberta Sferzi, che disegna un inquietante spaccato di abbandoni e indifferenza. In assenza di parola, a parlare in Oscar dolls è il corpo di Stefano Taiuti, che si fa onnivoro consumatore, porco sudicio e ingordo, tanto simile alle umane presenze di ogni giorno. E sono intrecci di corpi e parole a dare forma al lavoro di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Luca Stano, per un Barocco a 3 denso di delusioni e rabbia. Un clima rarefatto per la Malastrada di Tino Caspanello, che dalla sua Sicilia messinese chiede strade e ferrovie, invece di fantomatici e deturpanti ponti sullo Stretto. E in chiusura, tra video ed esplosioni, Portage cerca di svelare l’oscenità delle immagini a 60fps, con pezzi di realtà che diventano riprodotte trasparenze.
E’ questa la sintesi di uno sguardo multiplo che crea una sorprendente geografia teatrale, attraversa linguaggi e generi, propone forme diverse e spesso ibride. E solleva contenuti brucianti. Questa è la vocazione del Premio, a cominciare dalla sua immagine creata da Massimo Staich, che ogni anno lavora su temi irrisolti, sulle tragedie del nostro presente. La copertina di questo libretto non è una composizione astratta, quelle macchie nere sono la denuncia di un genocidio. Sono i resti di un villaggio del Sud Darfur.
Dopo la coreografia commissionata nel 2006 per un omaggio a Dante Cappelletti nel decennale della sua scomparsa, anche quest’anno, con uno sforzo grande per le modeste economie del Premio, si vuole allargare la visione sulla scena contemporanea con un evento parallelo, Late Landscapes. Un panorama fotografico delle ultime generazioni teatrali, appena smontato al Teatro Studio di Scandicci, che ci piace ospitare nel grande foyer di India, anche per rendere itinerante la mostra curata da Pietro Gaglianò per la Compagnia Krypton.
Domenica 9 dicembre il Premio si chiude, la giuria termina il suo compito, e passa la palla. Tuttoteatro.com, come associazione, proverà subito, nel mese di gennaio, a preparare un’altra occasione di visibilità per queste sette nuove opere. E poi la collaborazione con FestambienteSud e Franco Salcuni per la mia direzione artistica del Teatro Civile Festival a Monte Sant’Angelo, rappresenta uno sbocco significativo – lo è stato per alcuni studi usciti dal Premio 2006 – anche per legarsi a nuovi spettatori. Si deve però uscire dalla logica dell’eccezionalità e portare la freschezza delle nuove opere, nate nell’indipendenza totale, dentro le ordinarie programmazioni dei teatri pubblici. Lo decidano, anche contro i regolamenti, i direttori più attenti e sensibili. Inglobino nelle loro reti anche queste maglie marginali. Certo, serve molto coraggio.

Bando di concorso

logoDanteCappelletti

PREMIO TUTTOTEATRO.COM ALLE ARTI SCENICHE
“DANTE CAPPELLETTI” 2006 – terza edizione
Bando di concorso
L’Associazione culturale Tuttoteatro.com ha istituito nel 2004 il Premio alle arti sceniche intitolato “Dante Cappelletti”. La terza edizione del Premio si svolge nel 2006, con la direzione di Mariateresa Surianello.
Dedicata a Dante Cappelletti (studioso, critico teatrale e docente universitario, scomparso tragicamente nel 1996), l’iniziativa vuole ricordare l’uomo e la sua alta lezione di vita e di scienza, che ha saputo trasmettere alle nuove generazioni. In questo solco, tracciato e prematuramente interrotto, Tuttoteatro.com si impegna a promuovere, diffondere, valorizzare e sostenere lo spettacolo dal vivo e le arti sceniche nella loro complessità, nonché la ricerca e la sperimentazione dei linguaggi, attraverso la produzione di nuove opere. Senza limitazioni di genere, forma e linguaggi.
La giuria del Premio selezionerà progetti di spettacoli presentati da singoli artisti o da gruppi, i quali saranno liberi di sviluppare i propri percorsi creativi, seguendo ciascuno le soggettive necessità espressive. Non si farà distinzione tra categorie di artisti (attori, cantanti, danzatori, musicisti, artisti visivi) né si metteranno steccati tra discipline (danza, musica, parola, arti visive). Questa interdisciplinarietà non dovrà necessariamente riscontrarsi nei progetti, che potranno privilegiare anche un solo linguaggio.
A dieci anni dalla morte di Dante Cappelletti, con la sua terza edizione il Premio cercherà nuovamente di raccogliere quanto si agita e rende viva la scena contemporanea.
  1. L’Associazione culturale Tuttoteatro.com bandisce per il 2006 la terza edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche intitolato “Dante Cappelletti”.
  2. Al concorso possono partecipare cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari senza limiti di età.
  3. Al concorso possono partecipare singoli artisti o gruppi.
  4. Ai candidati è lasciata piena libertà di genere, forma e linguaggio.
  5. Ai canditati è richiesta la presentazione di un progetto di spettacolo in forma scritta (massimo dieci cartelle), corredato da eventuale materiale fotografico, in otto copie. Tale progetto deve essere fornito anche su supporto informatico (floppy, cd, dvd).
  6. I progetti presentati devono essere inediti e comunque mai allestiti in forma di spettacolo.
  7. Qualora il progetto avesse come scopo l’allestimento di un testo drammaturgico inedito, è richiesta la presentazione del copione integrale (cartaceo e digitale).
  8. I candidati devono compilare e firmare la scheda di partecipazione allegata con l’impegno ad accettare il presente regolamento in ogni sua parte.
  9. I candidati devono versare la quota di iscrizione di euro 18,00 sul conto corrente postale n. 50820562 intestato a Tuttoteatro.com Associazione Culturale e allegare al progetto il bollettino di avvenuto pagamento.
  10. I progetti devono essere inviati entro e non oltre il 14 ottobre 2006, farà fede il timbro postale, a Tuttoteatro.com Associazione Culturale C.P. 301 – 00187 Roma San Silvestro.
  11. Tra tutti i progetti di spettacolo presentati la giuria ne selezionerà un massimo di dodici, che dovranno essere presentati in forma di studio scenico (durata massima 15 minuti), nel corso della fase semifinale in programma al Teatro Valle di Roma, il 21 e il 22 novembre. Tra i lavori semifinalisti, la giuria sceglierà cinque finalisti che saranno allestiti in forma di studio scenico (durata massima 20 minuti) al Teatro Valle di Roma il 17 dicembre.
  12. Tra i cinque finalisti la giuria sceglierà l’opera vincitrice, alla quale andrà un premio di 6.000,00 euro quale contributo alla produzione. La cerimonia di premiazione si svolgerà il 17 dicembre 2006, al Teatro Valle di Roma.
  13. All’opera vincitrice è fatto obbligo di citare in tutti i materiali promozionali, nulla escluso, e in ogni futura rappresentazione il riconoscimento ottenuto: <<Vincitrice del Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti”>>.
  14. La giuria ha inoltre la facoltà di segnalare altre due opere tra le cinque finaliste. A queste due opere è fatto obbligo di citare in tutti i materiali promozionali, nulla escluso, e in ogni futura rappresentazione il riconoscimento ottenuto: <<Segnalato al Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti”>>.
  15. Qualora le opere finaliste, ad esclusivo giudizio della giuria, risultassero di particolare valore l’Associazione Tuttoteatro.com promuoverà lo loro circuitazione sul territorio nazionale e internazionale.
  16. La giuria della terza edizione, presieduta da Vincenzo Maria Vita, Assessore alle Politiche Culturali della Provincia di Roma, è composta da Roberto Canziani, Gianfranco Capitta, Massimo Marino, Renato Nicolini, Laura Novelli, Aggeo Savioli, Mariateresa Surianello.

Presentazione

Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche
“Dante Cappelletti”
2006 – terza edizione

Molti di noi lo hanno incontrato l’ultima volta al Valle, quella sera del 16 ottobre 1996. Dopo qualche ora la vita di Dante Cappelletti si sarebbe conclusa nella maniera più tragica. Dieci anni sono trascorsi da quel giorno in cui ci siamo ritrovati più poveri non solo negli affetti. Guardandoli, questi dieci anni, vedo il progressivo depauperamento della nostra società, dei suoi valori fondanti, quelli che ne garantiscono la convivenza civile. E il 2006 sembra l’anno peggiore, prevedibilmente e nonostante la sua primavera avesse portato qualche speranza.

Se in occasione del Premio 2005 su queste pagine scrivevo della necessità di ripensare il sistema teatrale italiano in termini di ridistribuzione di spazi e di risorse, ora è giunto il tempo per avviare davvero il processo di risanamento, stando accanto, ascoltando, imparando a conoscere il teatro poco protetto e meno visibile, che per contro mantiene viva la scena italiana. Un teatro che si fa ogni giorno con troppe difficoltà per garantirsi una sopravvivenza. Che già la “sopravvivenza” non è condizione a lungo sopportabile.
In questo decennale – ecco un lamento ufficiale – avrei voluto disporre di maggiori risorse finanziarie per ricordare Dante Cappelletti, attraverso una moltiplicazione di azioni concrete di sostegno al lavoro di creazione, quale può essere garantire agli artisti partecipanti al Premio maggiori possibilità, soprattutto in termini di mezzi tecnici, che sono sempre scarsi per chi è senza casa e fuori dai meccanismi di scambio. Tuttavia siamo di nuovo al Teatro Valle in questo magnifico luogo che ci accoglie con tutta la sua carica simbolica, quasi rituale, legata a Dante Cappelletti. E offre agli artisti un momento di visibilità importante e un’esperienza con un palcoscenico e le sue maestranze stra-ordinari. Per questo, voglio ringraziare le Istituzioni che ci sostengono e, in particolare, l’Eti, che ci rinnova la fiducia ospitando nel suo storico spazio entrambe le articolazioni, semifinale e finale, della manifestazione.
Un pensiero, nel terzo anno di attività, va ai consueti compagni di viaggio che dedicano il loro prezioso tempo a questa indagine collettiva della scena contemporanea. Una giuria formidabile dallo sguardo plurale che consegna agli spettatori una visione molteplice, significativa della civiltà teatrale italiana e alcuni suoi legami europei. È un gruppo di lavoro infaticabile che quest’anno ha analizzato centoventidue progetti di spettacolo, pervenuti in neanche un mese e mezzo, selezionandone dapprima dodici, che sono stati proposti al Valle il 21 e il 22 novembre, e poi sei, uno in più rispetto alle previsioni del regolamento, coerentemente con lo spirito del premio che procede aggiungendo ricchezza e occasioni di visibilità anziché sottraendole.
E sono di una eterogeneità non comune gli studi scenici che si vedranno nel corso del lungo pomeriggio, lavori che indagano e cercano di esprimere le necessità contemporanee attraverso linguaggi e forme diverse, riattraversando tematiche sociali e tornando alla memoria della nostra storia recente forse mai abbastanza recuperata. Se Santasangre prende spunto da Aldous Huxley per raccontare un’epoca “futura” di sofisticata sopraffazione svolgendo le sue sperimentazioni video e sonore, Michelangelo Dalisi torna all’Amleto shakespeariano in una riflessione tragicomica sul teatro e sul suo strumento eccellente, l’attore. I livornesi di Edgarluve ripercorrono le gesta della tifoseria ultrà della squadra di calcio cittadina, entrando nel vivo di una piaga generazionale che sembra aver annegato in un’iconografia stereotipata le lotte sociali. E c’è Gigi Borruso che dalla sua Palermo ripensa alle migrazioni siciliane degli anni 60 verso la Germania, viaggi della speranza dimenticati da molti italiani, quando li sentiamo disprezzare chi oggi approda sulle nostre spiagge in cerca di una nuova vita. In questa geografia teatrale che attraversa la Penisola compare la coproduzione toscano-olandese, lo Scompiglio mescolato all’Alba Theaterhuis dell’Aia, in un gioco acrobatico musicale che risponde per la velocità e la frammentazione del messaggio ai tempi dell’odierna comunicazione. E infine la partigiana Annuska con la sua cultura contadina e le terribili violenze fasciste in un’Italia da liberare. Con Teresa Vergalli, che sta al gioco del teatro e sale sul palcoscenico, vivificando le sue storie partigiane per Ventichiaviteatro.
Anche il pubblico dei non addetti ai lavori è coinvolto nella kermesse, attraverso la formazione della giuria popolare potrà riflettere intorno al fatto teatrale ed eleggere il proprio progetto di spettacolo. Per una grande festa del teatro a conclusione di questa terza edizione, piena di rimandi e ritorni, anche nell’immagine di Massimo Staich che ha creato un vero décor ai movimenti del Premio.
E nello sforzo, enorme per Tuttoteatro.com, di commissionare una piccola creazione coreografica a Boris Tonin Nikisch sulla partitura musicale di Denis Cohen, è racchiuso l’omaggio particolare a Dante Cappelletti, studioso e pedagogo, in questo 17 dicembre 2006, due giorni appena dopo a quello che sarebbe stato il suo sessantesimo compleanno.

La finale

Quando, nel 1998, si stava avviando il progetto "Tuttoteatro" – il sito internet che avrebbe ospitato la rivista settimanale – la mancanza di Dante Cappelletti si faceva insopportabile. Da due anni era scomparso nella maniera più tragica e ingiusta. Quanto avremmo avuto bisogno del suo sguardo di assenso e di rimprovero, della sua guida discreta eppure forte nella tensione pedagogica costante, che riusciva a scavare e a tirare fuori sempre la parte migliore e peggiore dalle soggettività con le quali si relazionava – e la sua morte atroce lo ha dimostrato una volta per sempre. Un’arte maieutica rara la sua, che si mescolava a una disponibilità, un candore e un’ingenuità nel dare e nel darsi che lasciava davvero spiazzati. All’Università non si cullava mai nel sonno accademico, apriva invece squarci d’indagine trasversali, provocava fratture che ciascuno avrebbe dovuto risanare col proprio pensiero, con la propria ricerca, talvolta in solitudine. La sua è stata una lezione di vita e non solo trasmissione di sapere.
Fin dall’inizio ho sentito che se fosse stato ancora tra noi avrebbe aderito al progetto impossibile di "Tuttoteatro" (la prima rivista teatrale italiana online di informazione e cultura teatrale – con questo slogan è stata lanciata), ne sarebbe stato ispiratore. E, comunque, lo è stato.
Con poche risorse finanziarie e attraverso contributi umani volontari, Tuttoteatro.com è divenuto in questi anni un’area di riferimento per la comunità teatrale – non solo italiana – e, in particolare, per quella più fragile e inquieta, meno visibile sui mezzi di comunicazione tradizionali. Uno strumento non di mera informazione o di contro-informazione (come si sarebbe detto in anni passati), ma una zona di circolazione dell’informazione, dove si tenta di arrestare il flusso consueto emittente-ricevente di trasmissione del messaggio, ponendosi all’ascolto di chi riceve, e ri-trasmettendo. Con il sostegno di compagni insostituibili, che sono oggi l’ossatura del Premio, Tuttoteatro.com si è costruito un’identità plurale, sensibile a forme e contenuti diversi, e ha raggiunto almeno un lembo degli intenti iniziali, trovare un modo per guardare, capire, cambiare una società profondamente ingiusta, attraverso l’arte teatrale nella sua complessità e permeabilità. Quel teatro simbiotico che si nutre delle sofferenze e dei disagi del nostro quotidiano e li restituisce nei formati e con i linguaggi che gli sono propri. È un teatro che non tranquillizza lo spettatore, anzi lo pone nel mezzo degli attuali conflitti e lo spinge a compiere delle scelte. Questo teatro si sta cercando e si vuole sostenere ora anche col Premio, strumento d’indagine nei territori dello spettacolo dal vivo.
La risposta degli artisti è stata straordinaria, a riconferma di una vitalità creativa sommersa e diffusa, che si fa portatrice di necessità contemporanee, in un confronto serrato col nostro recente passato. La Giuria ha lavorato su 138 progetti di spettacolo, arrivando a selezionarne 8 invece dei 6 previsti, per non sacrificare la ricchezza di idee, scritture e linguaggi delle opere in divenire proposte.
E ora le vedremo queste opere nella loro prima forma scenica, in questi due giorni al Valle.

Paure di rilevanza nazionale

Roma – Compaiono tutti e tre in giacca e cravatta, come si conviene al luogo e ai personaggi che stanno per rappresentare. Sono Enrico Di Fabio, Gianluca Riggi, Enea Tomei, i tre impavidi attori di Aracnofobia che non hanno resistito all’idea di portare in scena una discussione della Camera dei Deputati, svoltasi nel luglio dello scorso anno prima dell’approvazione del progetto di legge 4198. E se non fosse annunciato chiaramente nell’invito allo spettacolo che trattasi di un dibattito realmente accaduto – sul quale Riggi, in quanto autore del testo, si è limitato ad apportare solo qualche taglio – saremmo tentati di pensare a una riscrittura in chiave parodistica di serissimi atti parlamentari. Ma sarebbe scorretto non aggiungere subito che non tutti gli interventi degli onorevoli iscritti a parlare suscitano il riso, anzi, al contrario, quando la voce arriva dall’opposizione il discorso diventa illuminante su quello che i tre attori definiscono <<lo stato di demenza raggiunto dalla nostra democrazia rappresentativa>>.
Appena entrano in scena – siamo alla Cometa Off, dove lo spettacolo è stato proposto per due sere, il 27 e il 28 maggio – i tre affabili attori iniziano a consegnare ad alcuni spettatori dei cartoncini sui quali sono riportati i nomi dei relatori che parteciperanno alla discussione. Di conseguenza, qualcuno ricevuta tale identificazione è costretto a cambiare di posto, ricollocandosi a sinistra o, con un po’ di fastidio, a destra. Si resta così coinvolti immediatamente nell’azione, come avveniva nella rilettura del Caligola di Camus, realizzata da Gianluca Riggi e Andrea Felici (i due direttori artistici del romano Furio Camillo). Il meccanismo sembra il medesimo: l’esposizione verbale provoca una sorta di accompagnamento nella riflessione, senza forzature né conclusioni servite preconfezionate. Aracnofobia trasferisce la conoscenza di un fatto e la lascia reagire con la sensibilità ricettiva di ognuno. E la maniera attorale è talmente algida, quasi casuale e distaccata dal fatto stesso da creare uno spiazzamento, inizialmente provocato anche dall’incertezza del ruolo da sostenere, sentendosi parte – con quel cartellino in mano – dell’emiciclo parlamentare. Assodato poi che non si dovrà leggere alcuna battuta del copione, l’attenzione viene tutta concentrata sulle parole degli attori, e un senso di disagio assale gli spettatori, nonostante vengano offerti tramezzini e vino, in quella che dovrebbe simulare la pausa pranzo dei lavori parlamentari.
Tra pochi elementi scenografici – qualche sedia e un trespolo che ospita il presidente della Camera – partono gli interventi, mentre aumentano gli interrogativi intorno ai misteriosi aracnidi, che gli onorevoli della maggioranza descrivono con dovizia di “particolari scientifici”. Alcune leggi ad personam che il Parlamento italiano, in questi tre anni di XIV legislatura, ha “discusso” e approvato sono rimbalzate fuori dall’aula con grande e giusto clamore (dal falso in bilancio alle rogatorie internazionali, dal “lodo Schifani” alla “Cirami” e fino alla vergognosa “Gasparri”), altre invece sono passate in sordina, ciò non toglie che fossero lo stesso finalizzate alla soddisfazione di colui che Paolo Rossi nel suo ultimo spettacolo chiama Gigetto. Il decreto legge n. 159 del 3 luglio 2003, che dovrebbe salvaguardare il popolo italiano dall’invasione di pericolosissimi ragni, è uno di questi casi. Il punto è che Gigetto – così viene fuori dallo spettacolo – se ha superato la sua avversione all’aglio, grazie all’intervento in Sardegna di un noto regista amico, non è ancora riuscito ad elaborare e oltrepassare il suo terrore per i ragni. Umanissima debolezza, cos’altro si può aggiungere… magari un suggerimento a Di Fabio, Riggi e Tomei. Vadano i tre attori a cercare tra le grandi opere di “rilevanza nazionale” sfornate dal ministro Lunardi, tra queste, proprio in Sardegna e, in particolare, in Costa Smeralda, potrebbero trovare materiale di interesse speciale. L’uomo più ricco d’Italia sta attrezzando – a spese dello Stato – la sua casa per le vacanze con un approdo di massima sicurezza, più annessi e connessi. Si scavano grotte e si installano ascensori, chi può sapere… è tutto coperto dal segreto di Stato. Per i tre perlustratori di Aracnofobia non sarà facile seguire il nostro suggerimento.

Addio a un altro pezzo di programmazione

Roma – Se Mico Galdieri, in veste di presidente, si prodiga sistematicamente in lunghi e paternalistici interventi, spesso pieni di buoni propositi verso i soggetti del teatro che si agitano da mesi, la sua collega Angela Spocci – con la quale divide i vertici dell’Eti – spende pochissime parole anche in occasione della conferenza stampa di presentazione della stagione 2004-2005 delle due sale romane che l’Ente gestisce. Dal direttore generale ci si attenderebbe qualcosa in più oltre alla mera enunciazione di titoli di spettacoli, seguiti dall’invito sul palcoscenico, al tavolo degli oratori, del regista o dell’attore appena citato. Si pretenderebbe l’esposizione di una linea programmatica, anche – e specialmente – in tempi di crisi come questi che l’Eti sta attraversando. Spocci l’altra mattina al Quirino ha perso un’opportunità, per mettere – o per tentare di mettere – a tacere i cori che inneggiano alla chiusura di questo Ente pubblico, data la sua inutilità per il teatro italiano.
Rimandiamo al sito dell’Ente teatrale (www.enteteatrale.it) per i cartelloni di Quirino e Valle, mentre vogliamo qui sottolineare la soppressione di quello che era rimasto l’ultimo retaggio della passata gestione dell’Eti, i Percorsi Internazionali, fiore all’occhiello per tutto l’Ente, nonché espressione di professionalità di figure come quella di Donatella Ferrante, tra le persone più affrante dalla perdita di quest’altro pezzo di programmazione. Per gli spettatori romani, poi, i Percorsi Internazionali si configuravano come uno degli scarsi momenti nella capitale di conoscenza del teatro extra italiano.
Ecco perduta un’altra funzione dell’Eti. E i motivi addotti da Galdieri non certo tranquillizzano gli animi, avendo spiegato il presidente che l’abbandono dei Percorsi si deve alla volontà di non interferire con l’attività di Romaeuropa, un organismo – e speriamo che qualcuno ci contraddica – privato. Ma presidente, lei siede sulla poltrona più alta dell’istituzione teatrale italiana, non dica poi che sono tutti contro di lei!