Appunti di eterogeneo spessore

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C’è una breve sequenza di immagini in bianco e nero che a un certo punto compare nei video di Bluemotion preparati per Petrolio – Safari, come ad aprire, dall’interno delle Mura Aureliane, uno squarcio su quello “spicchio” di città ritornante più volte nella massa di materiali lasciata da Pasolini e pubblicata da Einaudi nel 1992, diciassette anni dopo il suo brutale omicidio. Nello sfocato tremolio vi si riconosce la facciata della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, ripresa da una camera in movimento che, seguendo il senso di marcia, scorre verso destra e attraversa Porta Maggiore, e ancora a destra imbocca l’origine di via Casilina. La camera si arresta dietro al bus 105 che fa la sua fermata quasi davanti all’ex pastificio Pantanella, oggi ennesimo centro residenziale radical chic, ma proprio a cavallo dell’ultimo decennio del secolo scorso, uno dei luoghi simbolo di una capitale che si scopriva incapace di accogliere il dirompente flusso migratorio, divenuto inarrestabile con gli eventi dell’89. Come pure dalla stretta neoliberista e dal feroce neo colonialismo praticato in tutto il continente africano. Nel fatiscente complesso di archeologia industriale avevano trovato un tetto migliaia di extracomunitari – duemilacinquecento, senza strutture igieniche, naturalmente – che scappavano dalla guerra e dalla fame: era nata una illegale cittadella sottoproletaria e multietnica, prima tollerata e poi sgombrata, in un rimpallo di responsabilità tra applicazione della Legge Martelli e un Campidoglio languente a guida del “poltronissimo” Franco Carraro. La comparsa di quei frammenti proiettati sui tre maxischermi, che inscatolano la scena dall’inizio alla fine di Petrolio – Safari, provocano un cortocircuito percettivo più intenso dei primi piani degli attori recitanti passi del testo pasoliniano, nella misura in cui ricollocano quelle parole in uno spazio urbano ultraconnotato e – elemento questo di massimo interesse – oggetto di un “risanamento” che ne ha trasformato in questi venti anni il suo tessuto sociale fino a modellarne sul suo scheletro una delle aree della movida metropolitana, forse la più cool nell’ultimo lustro e quindi già da quell’apice destinata a una irrimediabile deriva antropologica.

Questa sequenza urbana, i cui singoli frammenti mostrano secoli di stratificazione architettonica, fornisce la visione di quella “mutazione” che è una delle essenze costitutive di Petrolio, pur nel suo essere un fiume di materiali, plasmabili, aperto a ogni sorta di utilizzo, approfondimento, digressione. E lo spettacolo ideato e diretto da Giorgina Pilozzi con l’ensemble dell’Angelo Mai – cresciuto dopo l’assegnazione dell’ex bocciofilo di via delle Terme di Caracalla, ora “occupato” a seguito dei medesimi problemi di ordine fiscale che portarono alla chiusura del Rialto Santambrogio o meglio al sequestro di quelle parti del fabbricato adibite a bar – lascia a ogni singolo elemento artistico la massima libertà espressiva. Un teatro concerto, su un impianto scenografico affidato ai video, dove la parola scorre monologante e sfocia in canzone, mentre il gruppo strumentista non cessa la sua esecuzione. Ospitato anche al Teatro India all’interno di “Perdutamente”, Safari è concentrato in questo breve video, che appare come abbozzo criptato, riconoscibile solo a quanti si trovino in confidenza con quel percorso che immette in quel pezzo di città, e quindi a proseguire sulla Casilina, a immaginare il Mandrione, a destra, e il Pigneto, a sinistra. E più avanti, fino alla Marranella, l’incrocio di via Casilina con via di Torpignattara, dove il Merda di Petrolio ha le sue visioni allegoriche. Quasi un sospiro compositivo che funge da micro manifesto di appartenenza. Del resto, di un omaggio a Pasolini si tratta, più che di una ricerca di dare forma scenica al suo “poema” incompiuto. E’, comunque, sempre arbitrario il tentativo di coagulare quello che lo stesso autore ha lasciato come Appunti di eterogeneo spessore, alcuni solo abbozzati, altri sovrabbondanti e rifiniti nei particolari. Qualcosa di molto riuscito nel senso di una lettura ispirata a Petrolio, l’ha compiuta Fabio Morgan, con Superstar apparso giusto giusto un anno fa al Teatro dell’Orologio – che lo stesso Morgan sta gestendo da un paio di stagioni. Il regista, anche autore (insieme a Leonardo Ferrari Carissimi e Andrea Carvelli) e interprete dello spettacolo (con Emiliano Reggente), è riuscito a creare un’opera complessa, che attraversa le mutazioni per concentrarsi su l’altro tema portante di Petrolio, il Potere. E sorprendenti sono le attualizzazioni e la profusione di linguaggi adoperati. Il palcoscenico diviso in tre settori passa da un piano “reale” – gli incontri eccellenti del protagonista Carlo – a uno onirico di grande effetto, in cui il sesso viene consumato meccanicamente e riprodotto in video, davanti a scenari da tranquillizzante cartoon, smaccatamente falsi e inquietanti. Con al centro l’icona parlante del poeta, solo la sua testa come immaginetta spettrale che continua a diffondere il suo pensiero.

Petrolio opera testamentaria, intesa come “summa” di un processo esperenziale di una vita vissuta in maniera speciale – è lo stesso autore che lo dichiara in diverse occasioni (Aurelio Roncaglia nella sua nota filologica all’edizione del ’92 ne dà il dettaglio anche per quantificarne quello che sarebbe dovuto essere lo sviluppo finale: 2000 pagine, di cui Pasolini riesce a lasciarcene solo 600) – torna ripetutamente ad attrarre l’attenzione nella produzione culturale contemporanea. Il primo a sollecitare una riflessione a partire da quegli Appunti era stato Mario Martone nel nascente Teatro Mercadante di Napoli, diretto da Ninni Cutaia, raccogliendo intorno all’omonimo progetto un enorme numero di soggetti, attori, critici, registi, scrittori (una cinquantina, scrive Lorenzo Pavolini nell’introduzione alla preziosa raccolta edita da Cronopio nell’ottobre del 2003), che ne hanno sviluppato delle verticali ancora attive nel dare i loro frutti. E’ il caso di Emanuele Trevi, finalista al Premio Strega 2012 con il suo libro Qualcosa di scritto (titolo rubato all’Appunto 37), il quale proprio così intitolava la sua partecipazione a quella memorabile esperienza collettiva. E gli spettacoli usciti o incrociati in quei mesi di ricerche su Petrolio e intorno a Pasolini hanno segnato la scena italiana, impossibile qui citarne i titoli o riportare tutti i nomi di artisti e formazioni coinvolti, ma giusto per rendere l’idea del groviglio creativo si peschino, in ordine alfabetico, dalla lista: Accademia degli Artefatti, Giuseppe Bertolucci, Carlo Cerciello, Daria Deflorian, Raffaele Di Florio, Rodrigo García, Davide Iodice, Antonio Latella, Valter Malosti, Marco Paolini, Fausto Paravidino, Vincenzo Pirrotta, Loredana Putignani, Anna Redi, Letizia Russo, Antonio Tarantino, Werner Waas. E tra gli altri, Fabrizio Gifuni e i Motus, il primo con ‘Na specie de cadavere lunghissimo… e i secondi con Come un cane senza padrone. A distanza di dieci anni, tra novembre e dicembre scorsi, proprio l’Angelo Mai ha voluto dedicare la programmazione a Petrolio, con i Motus e Gifuni tra i protagonisti. Tra congetture sulle pagine mancanti – l’Appunto 21 – Lampi sull’Eni e quelli indicati 20-30 – Storia del problema del petrolio e retroscena – continuiamo a interrogare questo Satyricon moderno. Anzi, col passano dei decenni le “conclusioni” cui era giunto Pasolini gli sono valse l’appellativo di profeta, anche nelle pratiche investigative, si pensi, a proposito di Eni, alla morte di Mattei. Altro che mero pessimismo! Ogni Appunto di questo “poema dell’ossessione dell’identità e, insieme, della sua frantumazione” è un oceano di sollecitazioni da cui attingere per guardare dentro e fuori di noi. E domandarci chi siamo.