sabato 14 novembre
ore 15:00
Mondocane
presentato da Pietro Faiella
testo e regia Pietro Faiella
con Luca Di Prospero e Marco Feroci
scene e costumi Stefano Argentero
suono Pietro Faiella
Mondocane è un esperimento
di scrittura, linguistico e drammaturgico. Partendo dalla necessità di
esplorare il personale rapporto dell’autore con il suo dialetto d’origine,
l’abruzzese dell’entroterra appenninico, lo stesso ha cercato di esplicitare
quello che ha rappresentato negli anni della sua infanzia e dell’adolescenza
quella “parlata”: la violenza. Una violenza urbana, moderna, metropolitana
abitava il dialetto che ho vissuto, quello dal quale - afferma l’autore - sono
fuggito, che è sempre stato una lingua feroce parlata per ferire, per mettere
alla berlina, per minacciare, per aggredire. Questo processo di
riappropriazione del tessuto linguistico - continua Faiella - ha prodotto un
processo per molti versi assimilabile a un percorso analitico, dove riemersione
del rimosso, rapporto di transfert, uccisione simbolica si sono strutturati e
configurati come una storia con un plot ben preciso. Il risultato di questo
lavoro è stato un testo molto personale che ho provato ad affrontare mettendomi
a “distanza“. Ho coinvolto gli attori chiedendogli di cercare una strada per
reinventare la mia personale visione di quel dialetto oramai sulla carta. Una
versione fisica, corporea, sanguigna, che - conclude Faiella - riportasse in
vita il monstrum.
Un
ragazzo di provincia torna nel paese che anni prima ha lasciato e con uno dei pochi
con cui è rimasto amico va a bere un bicchiere al bar. Sulla sua strada
incontra Ersilio, muratore pregiudicato, suo antico compagno di scuola
elementare. Nonostante il desiderio di sfuggire a quell’immagine di
abbrutimento dell’esistenza che si trova di fronte, Pietro non riesce a
sottrarsi allo scontro con Ersilio.
Nel
secondo quadro Pietro viene spinto con forza dentro la stanza spoglia e
sinistra che è il monolocale di Ersilio. Inciampa e si frattura il naso,
perdendo sangue. Ersilio lo mette alle strette, vuole che Pietro ricordi e
chieda perdono per quel gesto violento compiuto anni e anni fa contro l’allora
compagno di scuola. Pietro ricorda il gesto, ma non il motivo.
Nel terzo quadro, lungo una strada
abbandonata, sotto un lampione scassato, Pietro entra in scena coperto di
sangue e in lacrime. Il suo gesto gli ha acceso il ricordo di un’infanzia
segnata dallo sguardo sul mattatoio degli animali di famiglia. Mentre scioglie
la litania dei suoi ricordi, un cane gli ringhia contro, minacciando di
aggredirlo. Pietro gli parla, gli urla, lo ammansisce e lo fa avvicinare a sé.
Quando il cane è ormai nelle sue mani, nell’intento di liberarlo dalla sua
condizione di bastardo sofferente gli recide la carotide e lo stesso, come per
un’improvvisa e definitiva agnizione, assimilando la sua condizione a quella
del cane, si taglia la gola.
Pietro Faiella si diploma
all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma nel 1992 con
Studio su Amleto, regia di Orazio Costa. Nel 1993 cura l’ideazione e la
messa in scena de Il labirinto di Orfeo prodotto dal CSS di Udine. Nel
1994 recita nella Commedia del poeta d’oro di G. Scabia per la regia A.
Marinuzzi. Ecole des Maistres nel 1995 frequentando gli stage di Dario Fo, A.
Vassil’ev, A. Arias. Sempre nel 1995 Tra gl’infiniti punti di un segmento
di C. Lievi. Nel 1996 inizia la collaborazione artistica con M. Castri
recitando in “Trilogia della villeggiatura” di C. Goldoni, Fede
speranza e carità di O. Von Horvath, Ifigenia in tauride di
Euripide, Quando si è qualcuno di L.Pirandello, Tre sorelle di A.
Cechov, Così è se vi pare di L.Pirandello. Collabora di nuovo con Lievi
recitando in Sulla strada maestra di Cechov e ne Il nuovo inquilino
di Ionesco. Tra gli altri ha recitato in spettacoli di R. Guicciardini, M.
Prati, M. Cava, L. Saravo, D. Galasso. Al cinema ha lavorato come attore in Rewind
di S. Gobbi, Medicina,i misteri di F. Brocani, Il vestito da sposa
di F. Infascelli, Arrivederci amore ciao di M. Soavi. Nel 2005 ha curato
la traduzione e la messa in scena della pièce John e Joe di Agota
Kristof. Nel 2006 ha adattato due atti unici di Strindberg, Paria, La più
forte realizzando il video L’altro è l’incognita. Sempre nel 2006 ha
curato la mise en espace di AOI di Takeshi Kawamura al Piccolo Grassi di
Milano. Nel 2007 ha realizzato uno studio video adattando Fuorilegge di
Lev Lunc. Vuoti spirituali eterosessuali da D.F.Wallace è la performance
curata negli spazi Superstudio di Milano per Outis. Nel 2009 ha curato il primo
studio di messa in scena di Lunapark di Mario Lunetta.
ore 15:40
La gara
Semi cattivi (Massa Carrara)
ideato
e diretto da Franco Rossi
con
Francesco Cortopassi, Riccardo Monopoli (Matteo Romoli), Roberto Rolla
musiche
di Giulio S. Rossi
La gara è
un progetto di rappresentazione teatrale molto simile ad una “performance
artistica” che non va, a scapito della parola, la colonna sonora (eseguita dal
vivo) aumenta la tensione proprio nei momenti di silenzio.
La
drammaturgia è costruita sul dialogo serrato, con una scenografia essenziale. I
simboli e il significato della vicenda scaturiscono proprio dal numero esiguo
di oggetti in scena, che, circondati dal
buio, si caricano di significati: una sbarra da passaggio a livello, un uomo
che la sorregge da un’estremità, stanca figura umana; e poi le biciclette,
retaggio di un Italia passata, in fuga dalle miserie della guerra, con i suoi
idoli: Coppi e Bartali, volti di un paese che stentava a partire, che si
entusiasmava per la sfida.
I
protagonisti dello spettacolo sono due ragazzi stranieri, due amici legati da
una passione comune per la bicicletta. Uno spera di vincere la gara ciclistica
del paese per protestare durante la premiazione proprio come fecero i celebri
sprinter Smith e Carlos alle olimpiadi di Città del Messico, l’altro deve
“conquistarsi” il permesso di soggiorno vincendo la stessa gara per conto della
sua azienda.
La
storia si svolge durante un’uscita d’allenamento dei due ragazzi, che corrono
circondati dalla zona industriale della città dove vivono.
Protagonista
è anche la notte, una notte strana, onirica, in cui
il sogno si può confondere con la realtà. Una realtà che non dà speranza, un
sogno che si trasforma in un incubo.
I ragazzi sono a loro agio in quel
territorio desolato, perché abitano da quelle parti, conoscono gli odori, i
rumori, i tempi, ma qualcos’altro si aggira in quei luoghi, qualcosa di ben più
pericoloso di un corvo, una rana o qualche coppietta a fare l’amore… la noia e
l’odio… qualcuno si annoia a morte, qualcuno odia a morte.
La
compagnia Semi Cattivi attiva dal 2005, mette in scena testi teatrali prodotti e diretti da
Franco Rossi, con la collaborazione e partecipazione di professionisti e
artisti, come il cantante Giovanni Lindo Ferretti e attori del Piccolo di
Milano.
Un
forte elemento caratterizzante i suoi spettacoli è l’uso delle luci e delle
musiche (sempre auto prodotte) per creare effetti e ambientazioni estremamente
surreali, un linguaggio espressionista per esprimere concetti che spesso
disturbano: la difficoltà dell’uomo nel vedere e sopportare la sofferenza, e
soprattutto l’incapacità di reagire di fronte ai soprusi e alle prevaricazioni
solo perché giustificati da fenomeni istituzionalizzati.
Come
luoghi di rappresentazione utilizza ex siti industriali (segherie, depositi,
stazioni, capannoni) o luoghi urbani (sottopassaggi, strade periferiche),
poiché grazie alla loro sterile architettura che li pone al di fuori delle
coordinate spazio-temporali aiutano a spogliare gli spettatori dalla
consapevolezza di trovarsi al centro di un evento organizzato (sospensione
dell'incredulità), effetto che viene raggiunto anche con un utilizzo
destrutturato dello spazio teatrale.
Le modalità di
rappresentazione degli spettacoli tendono ad un coinvolgimento del pubblico
nello spazio scenico, in modo da condurre il singolo spettatore a non essere
più solo un ascoltatore, ma ad avere una maggiore consapevolezza intellettuale
e percezione emotiva, sollecitando la capacità critica individuale.
ore 16:20
Finisce per A. Soliloquio tra Alfonsina Strada - unica
donna al Giro d'Italia del 1924 - e Gesù.
Lady Godiva Teatro (Ravenna)
un progetto di Eugenio Sideri e Patrizia Bollini
testo di Eugenio Sideri
in scena Patrizia Bollini
voce fuori campo Pierr Nosari
Alfonsina pedala,
pedala veloce sulla sua bicicletta. Poco importa se i capelli non sono lunghi e
vaporosi ma corti, “alla maschietto”… Poco importa se le gambe non sono lisce e
snelle, ma tozze e muscolose… Poco importa se tutti la prendono per “matta”…
Poco importa se viene vista come un fenomeno da baraccone… Lei corre, sulla sua
bicicletta, e pedala pedala pedala. Facile a dirsi, oggi, di una donna che
corre in bicicletta, ma meno facile 84 anni fa, precisamente nel 1924, quando
Alfonsina Morini, maritata Strada, si iscrive e partecipa al Giro d’Italia. Prima
e unica donna a farlo, in quel tempo. Uno scandalo, per quella “corriditrice”
che tutti credevano volesse sfidare gli uomini, “i maschi”. Ma Alfonsina voleva
solo volare sulle ruote, correre nel vento, arrampicarsi per le montagne. E “il
diavolo in gonnella” lo fece. Per tutta la vita, perché per tutta la vita la
sua grande passione per le due ruote continuò. Da morirne, a cavallo, a 68
anni, della sua fiammante Guzzi 500 che quel giorno non voleva proprio partire
e Alfonsina, determinata e testarda come sempre, non si dava proprio per vinta,
e anche quella volta aveva rifiutato gentilmente l’aiuto e spingeva spingeva
sulla pedivella per far ripartire la moto, spingeva così forte che si accasciò,
sulla sua rombante due ruote, e lì rimase priva di vita, colpita da un infarto.
Quando Patrizia mi ha parlato, per la prima volta di Alfonsina, le ho visto gli
occhi luccicare. Io sono un uomo, un “maschio”,
e credo che - afferma Sideri - non potrò mai capire fino in fondo cosa possa
significare per una donna, specie in quegli anni, affrontare la società, seppur
sportiva dei maschi. E così ho provato a salire anche io sulla bicicletta delle
parole, e a ripercorrere, insieme ad Alfonsina, il suo Giro d’Italia e le sue
successive mirabolanti imprese che ne fecero un’eroina del tempo. E ho provato
- continua l’autore - a immaginare questa ragazza che, nella solitudine delle
salite o nelle lunghe traversate delle pianure afose, sulle strade sterrate,
pedalasse e parlasse… parlasse per non sentire la fatica, per non ascoltare chi
la osteggiava, per non smollare mai… ecco, avviasse un dialogo con Gesù. Si
tratta di un Gesù nei ricordi del Catechismo, un Gesù che sta nel Cielo e nella
Terra, nelle cose che la circondano, nel vento che le sbatte contro, nella
pioggia che le serra gli occhi, nel sole che la acceca… un Gesù che, come lei,
è stato condannato dalla legge dei maschi. Non si tratta di una preghiera, ma
di un vero e proprio soliloquio, parole dette nella mente, raccolte nelle gambe
e animate dal respiro, affaticato ma felice, di chi - conclude Sideri - non si
è mai voluto arrendere. Patrizia Bollini dà voce e corpo a questa incredibile
pioniera dello sport femminile, meno nota della coetanea Ondina Valla, ma
altrettanto importante nella storia dell’emancipazione sportiva e sociale delle
Donne. Patrizia-Alfonsina si racconta, parlando con Gesù, attraverso una Via
Crucis in bicicletta, attraverso le lunghe e faticosissime tappe del Giro
d’Italia del 1924, e delle altre imprese, dando voce alle storie, agli
aneddoti, dando voce al primo marito - recluso e morto in manicomio - e alla
madre, Virginia, massaia analfabeta della Bassa Emilia, madre di altri otto
figli.
ore 17:00
Lap-Shame
Vieri Franchini
Stappo (Firenze)
scritto e diretto
da Vieri Franchini Stappo
con Anita Zagaria
scene Francesca
Leoni
costumi Barbara
Bessi
luci Gianni
Staropoli
L’interprete
del monologo è un paradosso, qualcosa cioè oltre l’opinione comune, oltre quei
comportamenti, che normalmente ci si aspettano dalle persone. Rosa ha vissuto
una vita scevra da comportamenti sessualmente ammiccanti, spinta a farlo dal
suo percorso educativo. Percorso educativo particolare, che ha creato un
particolare senso di vergogna, un compagno costante per la vita, non ostante i
suoi sforzi di nasconderlo, reprimerlo, ignorarlo, senza mai riuscirci.
Un
giorno osservando in una ballerina di lap-dance proprio quegli atteggiamenti
sessualmente provocanti che considerava volgari e vergognosi, scopre che la
persona che ballava sembrava trarne un profondo piacere, una gratificazione
dell’ego, dovuta proprio alla semplice animale attrazione sessuale, che il suo
muoversi creava negli spettatori.
La ballerina trae un godimento dall’energia
del desiderio, dalla brama del sesso che non si può di fatto realizzare, ma
solo mentalmente immaginare. Da qui il desiderio di fare la Lap-dance, da qui
il riscatto dalla vergogna, da qui la folle disperazione quando le viene detto
di non poterla più fare perché troppo vecchia.
Lap-shame è un atto
unico inedito finito di scrivere nell’estate del 2009.
La
vergogna è così radicata profondamente in ogni essere umano da far pensare che
nasca con l’uomo stesso, che stia nella psiche umana al pari dell’amore, la
paura, la rabbia, la felicità. Sentimenti presenti nell’uomo, quale animale
mammifero, e riconoscibili e identificabili, appunto, anche nei comportamenti
degli stessi animali.
Si può dire che Il seme della vergogna
viene piantato e ben annaffiato nell’infanzia di un individuo, dopo di che da
solo cresce nel giardino della coscienza, un po’ ovunque, qua e là,
assolutamente dove gli pare.
Vieri Franchini Stappo nasce a Firenze, e
dopo la licenza classica si laurea con lode in Economia e Commercio
all’Università Degli Studi di Firenze, durante gli studi svolge parallelamente
l’attività di fotografo di moda con pubblicazioni su Vogue Italia, Harpers
Bazar, ecc. Contribuiscono alla sua formazione fin da giovanissimo i suoi
rapporti con Carmelo Bene, amico di famiglia, di cui segue la costruzione di
vari spettacoli, scattando anche foto di scena. Uno stage con Nikita Mikalcov
perfeziona la sua formazione. Dopo avere girato vari documentari in Italia di
cui alcuni distribuiti negli Stati Uniti, si sposta a Roma dove lavora
nell’industria cinematografica, in produzione e come aiuto regista. Realizza
poi un cortometraggio e un lungo metraggio, iniziando così la sua attività di
regista e sceneggiatore.
ore 17:40
Virdzina
Associazione Culturale Murmuris (Firenze)
una creazione originale Murmuris | teatro
regia Laura Croce
aiuto regia Eva Bellone
interpreti Luisa Bosi, Francesco Migliorini,
Jelena Skuletic
musicheLuigi Attademo (chitarra)
luci Sincopato Service
costumi Francesco Migliorini
Virdzina è la storia
affascinante e sconcertante di un fenomeno che fino a vent’anni fa era ancora
fortemente presente nei villaggi dell’entroterra, in Montenegro, Serbia, Bosnia
e in parte anche in Albania. Non nelle grandi città, ma tra le vette aspre e
durissime che solo chi ha visto sa cosa voglia dire la solitudine. Una
solitudine fatta di vento che soffia tra sassi aridi, erba secca, dove di notte
si sentono i lupi e il freddo paralizza. Una terra in cui non è possibile
scegliere davvero, non lo è almeno per famiglie numerose non “benedette” da un
figlio maschio che come la pioggia che salva viene invocato, come la vita, come
il raccolto ricco, come la fortuna. Allora, all’ultima creatura, nata femmina,
la terza, la quarta, quella che proprio non ci voleva, si dice no. Non si
sopprime, non si abbandona, come accade in altre culture, in altri luoghi. Qui
due braccia servono, la legna va spaccata e un uomo, alla morte del padre, deve
portare avanti la casa e la famiglia. Si dice no al suo sesso, alla sua
identità. La neonata diventa maschio. Basta dirlo, basta volerlo. E pregare san
Giorgio che benevolo si farà complice della menzogna, basta fasciare stretti
quei seni che non devono crescere, basta non fare domande, basta giurare la
propria verginità e rinunciare a ogni vita affettiva e sessuale, basta non
badare a quel sangue che una volta al mese va nascosto e ignorato. E poi la
natura è prudente e asseconda: la voce cambia, i calli celano le mani gentili,
i tratti si induriscono.
Murmuris nasce
a Firenze il 24 ottobre 2007 dall’incontro di quattro giovani artisti
provenienti da esperienze differenti. Laura Croce, Francesco Migliorini, Jelena
Skuletic e Luisa Bosi si riuniscono attorno a un comune progetto scenico e una
visione del lavoro attoriale e del pensiero che nutre la loro necessità di fare
teatro. Murmuris trova la sua cifra in un universo immaginativo reso concreto
dall’attenzione particolare al gesto senza trascurare la parola e nella
profonda cura per quei legami sottili che uniscono antico e contemporaneo, nel
tentativo di tradurre attraverso il linguaggio scenico complessità immaginativa
e concettuale. Dopo il confronto con il mito classico in Studio su Edipo Re
partecipando a vari festival nazionali e internazionali (tra cui il Festival di
Bar e Kotor in Montenegro) affrontano Sarah Kane e il suo testo più
significativo Febbre / Crave, per approdare infine a Samuel Beckett di
cui è stata curata la prima nazionale di Compagnia, testo tratto da In
nessun modo ancora, edito nel 2008 per Einaudi. «Nella traiettoria che idealmente abbiamo
seguito nel lavoro, si legge la cifra stilistica che vogliamo costruire e che
stiamo delineando. Un teatro - spiega la compagnia - che parli dell’oggi, ma
senza paura di affrontare la parola, la forza grave, il peso necessario che
abbiamo cercato e trovato nella tragedia antica, con la sua lingua densa, in
cui risuonano le domande di sempre e i fondamenti della vicenda che pertiene
all’Uomo in quanto tale. La contemporaneità vibra nel “come”, più che nel
“cosa”. La nostra direzione di lavoro è caratterizzata da un’attenzione all’uso
del corpo come strumento espressivo primo e purissimo nell’immediatezza del
linguaggio che gli è proprio. Approdiamo ora, in continuità, a questo nuovo
progetto, Virdzina, che vogliamo ci corrisponda sia nel mantenere e consolidare
questi nuclei della nostra ricerca, testuale e fisica, sia nell’addentrarci -
conclude la compagnia - verso nuovi orizzonti, anche geografici».
ore 18:20
753
L’epimeteide (Piombino)
di Angelo
Airò Farulla ed Elena Fatichenti
spazio, immagine Elena
Fatichenti
suono Angelo
Airò Farulla
luce Daria
Pastina
opere Diego
Mazzaferro
azione Angelo
Airò Farulla, Lorenzo Mori
La storia della fondazione è innanzitutto una storia di violenza.
Uomo e città, all’inizio, non sono che cieca terra. Uomini e città sono
entrambi organismi, che nascono e muoiono, accomunati dall’essere luoghi e
teatro d’eventi.
Il mito della fondazione di
Roma è spogliato del pathos dell’epopea, ed offerto nel cruento, immemore
trascinarsi d’una lotta fratricida. Inizio e fine di Roma. Da Romolo
(primo re) a Romolo Augustolo (ultimo imperatore bambino). Presagi d’Italia.
Memorie di Roma nell’Italia ventura. È sempre questione di solchi, di limiti,
di confini, di mura. Il salto di Remo, come la breccia di Porta Pia: tutto è
contemporaneamente in svolgimento, da svolgersi e già svolto. Travolto da
quella cieca necessità che è dell’Inizio e dell’Origine. Dove Storia e
Mito s’accavallano e si confondono, legando nascita e morte in un unico
destino.
L’epimeteide è una formazione
artistica fondata nel 2004 da Angelo Airò Farulla e Elena Fatichenti, a
Firenze, all’interno dell’ex-ospedale psichiatrico di San Salvi. Si occupa di
performance, eventi dal vivo, spettacoli site specific. Attualmente
partecipa all’esposizione Viva l’Italia, a cura di Fabio Cavallucci,
presso la galleria Astuni di Bologna, con Nabucco, marzo 1842,
performance vincitrice nel 2008 del Premio Internazionale della Performance.
Tra le opere più recenti sono da ricordare Dialogo di Federico Ruysch e
delle sue mummie, calco ritmico in pentafonia del madrigale drammatico di
G. Petrassi e dalle Operette Morali di G. Leopardi; Don Juan –
autoritratto #1, performance attraverso lo specchio, in collaborazione con
la danzatrice Camille Mutel, e in coproduzione con Duncan3.0; e N.O.R.M.A.
di Vincenzo Bellini, enigma teatrale per anagrammi e lampade Wood, progetto
vincitore del premio RAI per la radiofonia Microfono di cristallo. Di
grande importanza è la collaborazione con l’artista Diego Mazzaferro, assieme
al quale sono state realizzate le performance Syntaxis050208, in
occasione dell’esposizione Simulacri di volo orizzontale, presso la
boutique Aldo Bruè a Milano, e L’a.b.c. – dittico della chance, opera site
specific sul tema di Giano bifronte, allestita tra i giardini e la limonaia
di Villa Baruchello a Porto Sant’Elpidio.
domenica 15 novembre
ore 11:50
Mister Jason & Lady Medea (primo incontro)
Bubamara Teatro (Pisa)
drammaturgia e regia Paola Marcone
con Marco Mannucci e Paola Marcone
voci di Marco Mannucci e Dario Marconcini
ambientazione sonora Fabio Bartolomei
costumi Fondazione Cerratelli
allestimento scenico Riccardo Gargiulo
organizzazione Gilda Ciao
Lui
non si ricorda più chi è. Ogni tanto arriva lei, a cercare di concludere un
dialogo che non ha mai fine. Lo chiama Mr. Jason. Forse lei sa perché. Lui sa
solo qual è la sua missione. E sa che deve portarla a termine. Non è la prima,
né sarà l’ultima. Ne è responsabile, del corpo suo e di quello dei suoi
compagni: loro sono l’incarnazione della violenza giusta. Quella violenza che
si cura solo con la violenza. Ma non esiste un esercito che abbia mai ottenuto
la vittoria, perché non c’è pace dopo aver ucciso. Con
le divise si può forse mascherare la bestia che è in noi. Così, apparentemente
mansueta e addomesticata, siamo pronti per la commedia della civiltà.
Lei osserva. Nel suo grembo solo
potenziali soldati. «Meglio ucciderli tutti sul nascere, questi generatori
di morte. Meglio che non assomiglino ai loro padri. Se vogliono vedere una
strage, avranno di che eccitarsi. Così il mondo potrà sperare in una tregua
vera». Parola di Lady Medea.
Paola
Marcone è
drammaturga, regista, attrice e formatrice. Si laurea in Storia del Teatro e si
forma come attrice prima nel Teatro di Buti (Pisa) seguendo la lezione del
teatro popolare e della tradizione del Maggio, poi nel Centro per la Ricerca e
la Sperimentazione Teatrale di Pontedera. Incontra anche Marisa Fabbri,
Grotowski, Iben Rassmussen, Rena Mirecka, Kaya M. M. Anderson, Giovanna Marini,
Akademia Ruku, Dacia Maraini, Renata Molinari, Dario Marconcini, Giuliano
Scabia, Enrique Vargas, François Khan, Michela Lucenti, Roberto
Castello, Virginio Liberti. Nel 1997 fonda la compagnia Bubamara con cui
realizza spettacoli come attrice e regista. Da un decennio cura produzioni e
programmazioni per le giovani generazioni al Teatro “Francesco di Bartolo” di
Buti. Dal 2009 ha un incarico all’Università degli Studi di Pisa per
Istituzioni di Regia Teatrale. Dal 2006 inaugura la trilogia “Corpo patiens”:
ricerca sulla rappresentazione del corpo sofferente e sull’esito meteatrale di
alcuni fenomeni della cultura occidentale.
Passio
Mariae (2007): riflessione sul corpo sacrificale; debutto nazionale al X
Festival di Primavera, Brescia 2008; finalista del Festival Le Voci dell’Anima
Rimini 2008.
Histoire de ma mort (2008): il suicidio
politico come messinscena della propria morte. Selezionato al Premio
Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2008, è vincitore del Bando Giovani
Compagnie-Teatri Aperti Firenze 2009.
Mister Jason & Lady Medea 2009: il mito di
Medea e Giasone per indagare le trame emozionali di chi esplora i limiti
estremi della morte propria e altrui.
ore 12:30
Fuori campo Concerto per voci,
corpi e marionette
Gigi Borruso (Palermo)
progetto, testo e
regia di Gigi Borruso
con Gigi Borruso,
Ludovico Caldarera, Giuseppe La Licata, Serena Rispoli
fantocci di Elisabetta
Giacone
consulenza musicale
Antonio Guida
Si ringraziano per
la collaborazione: Compagnia dell’elica, Teatro delle Beffe, Ass. Voltaire,
Mondo Théâtre-Paris, Consuelo Lupo, Camera del Lavoro di Palermo.
Fuori campo è un concerto di voci e di corpi scomparsi da tempo alla vista. Ma
anche un gioco sull’oscenità politica cui siamo esposti e sulle sue
pratiche intimidatorie.
In
scena la voce di quell’umanità, di quelle realtà sociali, oggi totalmente
ignorate dai media e dal discorso politico. Solo la voce: residuo
irriducibile di una condizione esistenziale. Epifania delle più profonde
cicatrici della coscienza, che parla oltre le ideologie dominanti, fuori dalle
rassicuranti, mistificanti logiche della comunicazione.
Il
progetto prende spunto dalle interviste realizzate da Danilo Dolci in Sicilia
negli anni 50 e 60, e da una serie di audio-interviste che l’autore sta
compiendo a Palermo, fra sottoproletariato, immigrati e senza dimora.
Il
corpo degli interpreti, come la realtà che è chiamato a evocare, è un esemplare
anatomico da offrire al pubblico ludibrio. Ma cos’è quello lo stupore che porta
con sé?
Questo è il suo teatro. E’ il luogo della
sua reclusione, della sua passione. Il luogo dove re-inventare ogni cosa.
Gigi
Borruso si forma
alla Scuola Teatro di Teatés e sarà protagonista del teatro di Perriera fra gli
anni 80 e 90. Si è dedicato anche alla didattica teatrale insegnando presso
diverse realtà siciliane.
Dal
1995 al ‘99 collabora con il Teatro Biondo Stabile di Palermo, sotto la
direzione di Roberto Guicciardini.
Alla
fine del 1998 fonda la Compagnia dell'elica, avviando un proprio percorso di
ricerca.
Nel
2005 viene chiamato a fondare la Scuola di Teatro Comunale di Gibellina che
dirigerà sino al 2007.
Fra
i suoi spettacoli degli ultimi anni: Aeropolis, Babelturm, E’ una stella o
un buco?, Luigi che sempre ti penza, segnalato al Premio Tuttoteatro.com
Dante Cappelletti (2006) e finalista al Premio Ugo Betti per la drammaturgia
(2008), Senza scrusciu.
Collabora con la RAI, come attore, doppiatore,
programmista-regista.
ore 13:10
Cernobyl Tour
Domenic De Cia (Udine)
di e con Sara
Allevi e Dominic De Cia
liberamente tratto
da “Preghiera per Černobyl” di Svetlana Aleksievič
Le
lancette di un invisibile orologio segnano sempre la stessa ora.
Una
donna in punta di piedi scivola nella polvere di un luogo abbandonato da tempo.
Accanto un uomo la osserva, insieme iniziano a raccogliere i cocci rotti di una
storia che continuano a rivivere ogni notte.
26
aprile 1986: all’una, ventitre minuti e cinquantotto secondi il reattore numero
quattro della centrale nucleare di Černobyl’ esplode.
Vasia,
vigile del fuoco della città di Pripjat’, viene chiamato in servizio nel bel
mezzo della notte; sua moglie Luisia viene improvvisamente svegliata da un
rumore.
Presto
Luisia e Vasia diventano due corpi trascinati, umiliati, in balia degli eventi,
inghiottiti nel buio di una notte che cambierà le loro vite per sempre.
Pedine
del tempo, vittime dell’invisibile “radiazione”.
Quattordici giorni
separano i due dall’ultimo addio, tempo in cui non smetteranno mai di amarsi,
nonostante il mostro li stia divorando.
ore13:50
Non ti ho mai tradito
Alessandra Crocco (Salerno)
di e con Alessandra Crocco
E’
la storia di un ragazzo che dal 1943 al 1956, tra i 16 e i 29 anni, per caso o
per scelta, visse da protagonista alcuni momenti cruciali del ‘900: il
fascismo, la lotta partigiana, la guerra, il comunismo.
E’
la storia di un ragazzo che scelse di fare della politica la sua vita.
«Oggi io che ho 28 anni, e che invece
come vita ho scelto il teatro, guardo quel ragazzo che era mio nonno.
Parto
dalla sua storia per raccontarne tante altre e per ricostruire un’epoca che
rischia di essere dimenticata perché quelli che l’hanno vissuta e potevano
raccontarcela ci stanno pian piano lasciando.
Attraverso
le loro vicissitudini, vorrei esplorare quella regione così ricca e veloce
della vita umana che è la gioventù: l’impazienza dell’agire, la voracità del
presente e la passione per il futuro.
Si
tratta di stabilire un ponte con quei “vecchi ragazzi” per capire se si può
diventare adulti senza tradire sogni e passioni».
«Oggi ho l’orgoglio
di guardare idealmente negli occhi quel ragazzo che ero allora e di potergli
dire: io non ti ho mai tradito». (Pietro Nenni)
ore 16:30
Equinozio d’autunno
Teatro dallarmadio (Cagliari)
testo Fabio Marceddu
regia e musiche originali
Antonello Murgia
con Fabio Marceddu e Raffaele
Marceddu
scene e costumi Paoletta Dessì
In
una stanza di un appartamento di una città d'arte, due "donne" vivono
nel degrado assoluto, aspettando invano "qualcosa" che non arriva.
La
messincena costruita seguendo la linea drammaturgica, sarà coadiuvata da pochi
elementi scenici (simbolici, come la città rappresentata in Dogville di
Lars Von Triers).
Il
resto sarà incentrato sul rapporto fra i due personaggi, di vaga ispirazione
genetiana (Le serve), la cui unica padrona da amare, odiare e uccidere è
la "Fine" che incombe.
Lo
spettacolo dei silenzi e delle urla, dei giochi seri e dei grandi temi
sfiorati, che ti attraversano scivolandoti addosso come la soda caustica.
Non
c'è tempo per compiangere o per compiangersi.
L'alba
catartica dell'Equinozio, segna una fine e un inizio, in un continuum
karmico, da cui è difficile sottrarsi, che assume il tempo di una cadenza,
pedante, irreversibile ma sorprendente.
Il sonno, come una carezza materna, ricopre
il dolore, e lo rende accettabile.
L’Associazione culturale Teatro dallarmadio nasce
ufficiosamente nel novembre 2005 al Teatro Valle di Roma, per le finali del
Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2005. Il nome stesso dell’Associazione
suggerisce l’infinità di segreti, fantasie, leggende che l’armadio non sa, né
può sapere, per sua stessa natura, di contenere. Sono soci fondatori
dell’Associazione, l’attore cantante Fabio Marceddu,
l’attore musicista Antonello Murgia,
la scenografa regista Paoletta Dessì
e l’attore Raffaele Marceddu.
In questi quattro anni hanno prodotto i seguenti spettacoli:
Bestie Feroci
(Primo premio Festival Internazionale Teatro Pan 2007), il primo di una trilogia,
di cui Risvegli
(finalista al Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2005) è il secondo e Rivelazioni
(Menzione Speciale
Premio Ustica per il Teatro 2007) il terzo.
Nel 2008 debuttano con Humo Negro
quintet/quartet di e con Alessandra Asuni, Fabio Marceddu,
Antonello Murgia e Peppe Papa.
Il percorso artistico del gruppo si snoda su vari livelli: un
teatro senza aggettivi, scevro di tutti i cliché-scorciatoia, lontano dalle
gerarchie e dalle tirannie, basato sulle discipline dei grandi maestri del
passato ma attento alle nuove forme, permeabile alle contaminazioni intese come
scambio e reciprocità culturale.
Elemento fondante della poetica del gruppo è la musica, mai intesa
come commento o sottofondo ma come forza narrante, perfettamente integrata e
correlata alla drammartugia.
«Il
nostro teatro è civile, sociale, si occupa di attualità in termini non
cronachistici; parte dall'uomo e dai suoi microcosmi senza omologarlo a
bandiere partitiche o politiche. Crediamo nell'impegno che parta dai singoli,
visti come "moltitudini di individualità" e non come massa o popolo
da educare e instradare».
ore 17:10
Acido
Solforico
Macrò
Maudit Spectacules (Milano)
autrice
Patricia Conti - Libero adattamento da Acide sulfurique di Amelie
Nothomb, Albin-Michel Editions
regia
Alessandro Castellucci
con
Nicola Stravalaci, Alessandro Castellucci, Sasà Bruna, Patricia Conti,
Mariateresa Lagorio, Andrea Tibaldi, Federica Fabiani, Angelo Bosio, Marco
Brambilla, Debora Zuin, Enrica Chiurazzi, Andrea Failla, Valeria Perdonò,
Rosella Cinquemani, Renato Bertapelle, Davide Fumagalli, Giulia Bacchetta,
Maddalena Arpa, Fabio Paroni, Luca Stetur, Giulio Baraldi, Clara Monesi, Sergio
Solenghi
ideazione
luci Marcello Zagaria
video
Alessandro Castellucci, Francesco Sblendorio
musiche
Massimo Bologna
Il
testo teatrale, ispirato al romanzo Acide Sulfurique, porta in scena un
agghiacciante reality show che riproduce gli orrori dei campi di sterminio.
Il
gioco è disputato da due squadre: prigionieri e kapò.
Per
i tre Autori televisivi l’unica preoccupazione è mantenere alti gli ascolti.
Maila,
la conduttrice, usa il video per dare l’addio al pubblico e alla sua
giovinezza.
In
scena, anche alcuni telespettatori, con i loro pensieri feroci e voyeuristici.
I
prigionieri sono rastrellati per la città, senza alcun criterio specifico.
I
kapò, invece, sono selezionati tramite casting, superati solo da chi non mostra
reazioni di fronte a violenze estreme.
I
prigionieri sono ripresi dalle telecamere 24 ore su 24, con eliminazioni
settimanali.
Il
loro dolore è telegenico. Lo show è seguitissimo.
Tra
gli internati, spicca la figura di Pannonique, matricola CKZ114.
La
Kapò Zdena accetta con entusiasmo l’impiego televisivo.
Ora
è finalmente qualcuno, è in tv.
Le
due donne ingaggiano una lotta mentale, fisica ed emotiva, fino alla soluzione
finale.
Un
incubo televisivo come satira del sadismo ipocrita del pubblico che deplora
l'orrore, ma non ne perde una puntata.
ore17:50
Radio Hamlet
Giuseppe Provinzano (Palermo)
con Giuseppe Provinzano
«Che senso ha
continuare a fare teatro in un contesto nazionale in cui pare che la cultura
(il teatro poi non ne parliamo) non serva, in cui l’arte non sembra più
rinnovare i popoli e rivelarne l’essenza. Che senso ha continuare a fare teatro
in quest’impantanata era culturale in cui ogni forma di libera espressione
viene “invitata” a tacere se si permette di provare ad aprire gli occhi e a
stimolare le menti. Che senso ha continuare a fare teatro in un momento storico
in cui gli uomini non riescono, perché confusi, o non vogliono, perché
corrotti, vedere le verità e le falsità, i buffoni e i caporali, burattinai e
burattini, giochi di potere e messe in scena. Che senso ha continuare a fare
teatro in un contesto mondiale che vede ancora, e sempre di più, logiche
perverse avere la meglio sul resto. Dal testo "...Gli altri attori si sono
licenziati i costumi sono stati venduti i tecnici se non sono pagati… i
dialoghi sono andati perduti il ministero li ha tagliati...».