Anno III - n.10 - 9 marzo 2002

LA DISCESA DI OBLOMOV
Al Valle trova grandi consensi Pontedera Teatro con Oblomov di Roberto Bacci, uno spettacolo che va oltre la prassi teatrale e mette in luce lo spirito di una ricerca profonda nel campo dell’esperienza attoriale. Il parallelo con Daumal è lo strumento ideale per scavare all’origine del romanzo di Gončarov

di GIAN MARIA TOSATTI

Roma - Ci sono momenti in cui il teatro non c'entra, attimi che danno un senso alla memoria. E’ quando il teatro diventa qualcosa di diverso dalla performance, quando è capace di farsi pura ed intima esperienza esistenziale per gli attori e per gli spettatori. E’ questo che accade durante uno spettacolo di Roberto Bacci. Il pubblico inizia a rendersene conto allo spegnersi delle luci quando lunga è la sua stasi, un’attesa che diventa tensione e poi si scarica alzandosi quasi con un riflesso nervoso. Non sempre si applaude. Spesso si rimane lì come spersi per qualche strada svelata, per qualche luogo che si fa fatica ad abbandonare, perché si sa che una volta fuori dalla sala esso si chiuderà come un fiore notturno. Per capire gli spettacoli di Bacci diventa quasi fondamentale osservare lo "stare" degli spettatori quando lo spettacolo è finito. I loro piccoli gesti, il modo di raccogliere la giacca ci dà la possibilità di intravedere come l’esperienza che si è appena consumata sulla scena abbia lavorato profondamente su ogni singolo individuo. Dopo mesi corse, frasi, canti, riaffiorano dal passato come piccole lacerazioni nella superficie del presente. Sono spettacoli che lasciano qualcosa in più e portano dentro un segreto a cui ci si affaccia stupefatti con la bocca piena di silenzio. Così è Oblomov tratto dal romanzo omonimo di Ivan Gončarov che questa settimana è stato ospite a Roma del Teatro Valle. E’ questo uno spettacolo che entra in un rapporto quasi irriverente con il testo, lo smaschera, lo interroga privandolo di astratti intellettualismi cercando di spingersi all’origine delle domande che esso muove. Un’indagine compiuta attraverso una messa-in-vita che pone il protagonista sotto una luce nuova. Illuminato dai bagliori del pensiero di René Daumal, Oblomov appare come un uomo in movimento continuo verso la discesa in un abisso al cui fondo sta il varco per la libertà. <<Mio caro amico, l’essere prigionieri non dipende dalle dimensioni della cella>> dirà il protagonista al suo amico Stolz. L’immobilità diventa allora l’immagine di un dinamismo altro, di un movimento interno teso vero il raggiungimento di altri stati esistenziali di un percorso in verticale. Ne nasce la messa in crisi del meccanismo alienante della vita, e del superamento di essa attraverso la spietata strada della debolezza che condurrà Oblomov oltre l’ultima frontiera. Lo spettacolo costruito su una dinamica avvolgente di azioni che entrano in rapporto dialettico coi testi di Stevenson, Pessoa, Kafka, lo stesso Gončarov e Daumal, oppone una velocità forsennata alla lentezza dei ritmi narrativi. Evidente è la capacità di Bacci di costruire per gli attori uno spazio di esperienza reale dove non c’è ripetizione ma continua scoperta all’interno della struttura. Vivere allora la partitura come se fosse la prima volta, scalare la montagna ad un livello sempre superiore e nuovo, questa è la sfida che si vede correre nei riflessi degli occhi di Renzo Lovisolo e di Savino Paparella di fronte alla visione di Oblomovka, nelle corse di Francesco Puleo e di Giulia Innocenti, nei canti di Giulio Maria Corbelli. Lavoro assolutamente straordinario questo, che mette in luce la preziosità e l’unicità della ricerca artistica portata avanti a diversi livelli da quasi trent’anni dalla Fondazione Pontedera Teatro.