Anno I - n.24 - 28/09/2000

DIETRO LA PORTA DI UNA VECCHIA FABBRICA
Proposto nell'ambito di "Bologna 2000", Hotel Europa presenta un bel campionario del nuovo teatro a Est. Realizzato a più mani registiche (Ivan Popovski, Oskar Korsunovas, Piotr Cieplak, Dritero Kasapi, Matjaz Faric, Nedyalko Delchev, Viesturs Kairiss), lo spettacolo per questa edizione italiana è diretto da Boris Bakal

di MASSIMO MARINO

BOLOGNA - Un’insegna al neon domina la porta della vecchia fabbrica di acquari sulla via Emilia. Ma le mancano molte lettere. Di "Hotel Europa" è rimasto solo "Hot", "caldo". Il clima surriscaldato del vecchio continente, guerre, migrazioni, affarismi, solitudini. L’esplosione di una casa comune. Le altre lettere illuminate si incontreranno all’interno dell’enorme edificio, sparpagliate, abbandonate lungo interminabili corridoi o in angoli bui. Gli spettatori saranno condotti per stanzoni e anfratti dai proprietari e dagli inservienti dello strano hotel, guide esaltate o depresse a un turismo della memoria e dell’anima, di volta in volta contemporanei Virgili o Caronti.
Hotel Europa è uno spettacolo realizzato a più mani da molti artisti europei, soprattutto dell'Est, presentato nell'ambito delle manifestazioni di "Bologna 2000, capitale europea della cultura". Sulla soglia d’entrata gli spettatori vengono divisi in vari gruppi, identificati da colori diversi. Siamo introdotti in stanze ricavate in un capannone frazionato da tramezzi dipinti; veniamo accumulati su letti e sedie, davanti a televisori che trasmettono immagini marziali. Il lontano muro di fondo è acceso di luci dai colori elettrici. Ciclisti corrono da fermi. L’hotel richiama una stazione di smistamento per profughi, trasparente metafora di un continente attraversato da emigranti di ogni provenienza e colore.
Si parte. Si attraversano corridoi, si superano ostacoli che segnano il cammino, transenne di legno, scale. Si sale, si scende nei sotterranei: tubature a vista, acquari abbandonati, odori di cibo e di bruciato. Si penetra in ambienti diversamente appartati per assistere a rivelazioni e visioni. Le guide si fermano. Vicino a un maniglione antipanico rivelano l'angoscia che arriva di notte, su una scala interrogano sul pensiero e sulla parola, contro un muro o appoggiati a una vetrata si bloccano in sospensioni mute... Oppure accelerano, trascinando il gruppo in corse che incrociano irruzioni di musiche trionfali, tarantelle, silenzi, luci rosse, cortili segnati da candele.
Salendo e scendendo attraverso questo labirinto spoglio si penetra in stanze disadorne, si incontrano letti, tanti letti, e armadi, comodini, bottiglie di vodka. Finestroni che fanno intravedere ombre di foglie, minacciose o rassicuranti. Luci verdi da sala operatoria, gelo da autopsia, neon, sprazzi rossi o acidi. Appaiono le storie di un’identità collassata, fracassata dall’odio, spezzata dalle divisioni, disperatamente in cerca di un sentimento, per salvarsi.
Due giovani sposi sono catapultati al centro di un'arena, teatro anatomico nascosto da un velo oltre il quale gli sguardi di una cinquantina di spettatori, divisi in altrettanti stanzini di legno, li osservano. Il brano si intitola Maiden voyage, con la regia di Ivan Popovski, una produzione russa. I due ragazzi recitano la commedia del trasporto e dell'imbarazzo, all’improvviso consapevoli di essere al centro di una specie di peep show, trasformati nel trastullo di un "grande fratello" che penetra in ogni recesso. Sotto il letto scoprono una valigia con un cuore sanguinolento circondato da banconote, orrore e denaro, e le mani si sporcano di rosso. Ma la tentazione è scacciata dall’amore, consumato con delicatezza al riparo di un grande lenzuolo.
In un’altra stanza si incontra una donna ridotta a manichino da un uomo in una estenuante lotta che richiama la dominazione sessuale: ma si scopre che lei sta recitando per lui, che su quel letto l'interprete della favola della bella, addormentata con tutto il suo regno, è una prostituta. I gesti, in questo One night stand che porta la firma di un astro dell’avanguardia lituana, Oskar Korsunovas, sono concitati, violenti, o al contrario svuotati di energia, meccanici. Una danza sconsolata, una complicità impotente.
Il tono diventa interiore, teso a costruire una poesia basata su microreazioni emotive, in Hotel Angels del polacco Piotr Cieplak. Da armadi di squallidi alberghi, sui confini geografici e mentali della disperazione, appaiono angeli che cercano di consolare donne fuggitive. In altri stanzini, su altri letti, si materializzano gli incubi della vendetta che si nutre all'infinito di sangue, occhio per occhio dente per dente, la vecchia legge del taglione tornata attuale in Room service con la regia del macedone Dritero Kasapi, una pièce sostanzialmente prevedibile. Ma anche la danza pura a un certo punto arriva a raccontare il disagio, nel brano firmato da Matjaz Faric, Slovenia, 10° below 0 (Do Not Disturb). Sullo sfondo di costruzioni geometriche e di immagini che pulsano come cellule in qualche liquido organico si prende un tè sotto le sirene (dei bombardamenti?), con i gesti che non colgono mai il bersaglio, lo zucchero fuori della tazzina, la bevanda per terra.
La vita quotidiana si incrocia all'astrazione, in lavori che portano un iperrealismo in certi casi ingenuamente descrittivo verso un ipersegno a volte ridondante. I momenti migliori si raggiungono quando si riesce ad accendere la nota dolorosa, l'immagine spiazzante. Ma più di una volta, in un viaggio sicuramente coinvolgente, è in agguato lo stereotipo, la facile scorciatoia drammaturgica di un’indignazione che non approfondisce o la riproduzione troppo compiaciuta e senza scarti sorprendenti del malessere del quotidiano.
Il centro dell'edificio e della serata è un cabaret, in Gran Hotel Casino Europa del regista bulgaro Nedyalko Delchev. Una lunga passerella, panche e tavoloni, un bar, palloncini e stelle filanti. Un'orchestrina balcanica spinge con furia sugli strumenti, assecondando la frenesia di attori e attrici che dall'esibizione divertita arrivano a mettere in scena uno scontro alla pistola, teatrale, senza morti. L'allegria si trasforma in pericolo, in paura. Ma la parodia alleggerisce le tensioni della compravendita della carne umana in un mondo sconvolto dalla miseria e in preda agli appetiti di un neocapitalismo d’arrembaggio. E ancora una madame Butterfly con voce baritonale muore davanti alla lite familiare fra una moglie che affetta pomodori e un marito ubriaco di vodka, come sempre. Ma la morte si specchia nel teatro in questa Europeretta del regista lettone Viesturs Kairiss: i manifesti dello spettacolo circondano la scena che si conclude con la resurrezione, fra i fumi di una vasca da bagno, del modellino del neoclassico edificio teatrale dove lavora la compagnia. Il trash si aggiunge alla girandola di stili accumulati nella serata, tutti tesi a provare a descrivere la violenza e lo smarrimento. Un bel campionario del nuovo teatro a Est, prodotto dall’associazione svedese Intercult in collaborazione con numerosi teatri distribuiti fra il Baltico e i Balcani, in coproduzione con i festival di Vienna, Bonn, Avignone, Stoccolma e Bologna 2000. L'impresa è stata coordinata da Chris Torch, con la drammaturgia di Goran Stefanovski, la scenografia di Soren Brunes. La cornice di questa edizione italiana è stata curata dalla compagnia bolognese Orchestra Stolpnik, con la regia di Boris Bakal, un artista croato che vive da alcuni anni nel capoluogo emiliano lavorando all’incrocio fra culture ed esperienze.
La serata si chiude nel Casino del Gran Hotel Europa. Una donna sola, con il cuore notturno che pulsa al suono frastornante della fanfara balcanica, rimane al centro della lunga passerella, fra i tavoli smantellati del cabaret. Con le gambe fasciate in povere calze nere, senza scarpe, misura lo spazio con perplessi passi di danza. Per poi partire, decisa, scalza, verso un esterno che non vediamo, al di là di una porta vuota che riflette, insieme a due specchi sospesi al soffitto, noi spettatori che applaudiamo, coinvolti, complici.
Il primo ottobre, finito lo spettacolo, in questo straordinario edificio progettato negli anni Venti dall'architetto Melchiorre Bega, entrerà il Teatro Polivalente Occupato. La vecchia fabbrica di acquari si trasformerà, almeno per un anno, in un nuovo luogo per fare e soprattutto per sperimentare il teatro.